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Quando si cammina è bene adottare una qualche posizione speciale per
le mani, come curvare le dita, separare il medio e l'anulare, o
qualunque altra. Suggerisco che il partecipante sperimenti varie
posizioni, fino a trovare quella che più gli sia consona. Io trovo utile
tenere in mano un bastone o un piccolo sasso per bilanciare
l'equilibrio. Mantenere una visione periferica di 180 gradi, cercando di
guardare tutto simultaneamente ed evitando di mettere a fuoco un punto
in particolare. Gli occhi sono rivolti in avanti, verso un punto appena
al di sopra dell'orizzonte.
Esistono molti altri tipi di camminata di attenzione, tutti utili per la
cessazione del dialogo interno, ma in generale si tratta di varianti
della forma di base, per cui credo che quelle citate siano sufficienti.
Adesso spiegherò la tecnica della Marcia di Potere, ma prima desidero
ripetere che le camminate di attenzione in generale e la marcia di
potere in particolare, sono esercizi che possono essere collocati nella
stessa area degli esercizi "di attenzione".
L'andatura del potere
Questa tecnica può essere eseguita solo in uno stato di silenzio
interiore e comporta l'emergere di alcuni lati della natura "nagual" del
partecipante, in modo parziale se si tratta di un principiante, o in
modo totale se invece è un maestro consumato. La pratica e l'energia
disponibile sono di nuovo gli elementi chiave.
Poiché è una delle tecniche che ci ha dato i risultati più sorprendenti
e poiché praticarla implica la partecipazione della consapevolezza
dell'altro io, per presentarla non basta descrivere semplicemente il
procedimento, che d'altro canto non è tanto semplice.
La marcia di potere consiste, in termini generali, nella possibilità di
spostarsi a gran velocità, utilizzando un'energia inusuale, senza
dipendere dai sensi nel modo ordinario e senza che sia necessaria una
conoscenza previa del terreno, anche in completa oscurità. E' come un
modo particolare di correre o di trottare. Si può praticare su qualunque
tipo di terreno, ma è meglio scegliere posti che a causa della
ripidezza, dell'irregolarità del suolo, della presenza di pietre
malferme, o per il fatto di trovarcisi di notte, siano difficili da
percorrere in condizioni normali, anche camminando. E' importante
ribadire che la marcia di potere non è un esercizio normale, come una
pratica sportiva. In realtà non è alla portata di chiunque e per
realizzarla non basta conoscere il procedimento. Dato che si tratta di
qualcosa di insolito, che il corpo esegue senza l'intervento del centro
intellettuale, la riuscita dipenderà principalmente dalla quantità di
energia disponibile e dalla capacità del praticante di farla lavorare in
modi insoliti. Ciò nonostante la includo qui perché questo libro è
diretto a gente che si trova a diversi livelli di energia e di lavoro.
Sebbene la capacità di realizzare la marcia di potere si possa avere
semplicemente per aver praticato altre tecniche meno complesse, esistono
esercizi che permettono al praticante di avvicinarsi ad essa poco alla
volta, come degli indicatori che lo aiutano a capire se è pronto oppure
no. La marcia di potere appartiene alle possibilità sconosciute del
corpo e in realtà in fondo tutti sappiamo come eseguirla. O meglio, lo
sa il nostro corpo. La gente comune però si trova talmente scollegata da
ciò che il corpo sa, a causa dell'abitudine di prestare attenzione solo
all'ego - per mezzo del dialogo interno - che risulta molto difficile
recuperare questa conoscenza. In alcune occasioni, persone che si
trovavano in pericolo di morte, o in qualche altra situazione limite, si
sono salvate correndo in completa oscurità, o su terreni ripidi e con
precipizi, senza aver mai sentito parlare della marcia di potere e senza
conoscere alcun procedimento specifico. In questi casi generalmente si
parla di miracoli, o di qualche tipo di intervento divino, cercando così
di spiegare i portenti che possono verificarsi quando il corpo prende in
mano le redini.
Possiamo comunque far pratica in modo relativamente sistematico, per
aiutare il corpo a ricordare la marcia di potere. Esistono appositi
procedimenti per questo, la cui funzione termina quando il corpo si
sveglia e la marcia di potere si realizza. A partire da tale momento, è
il corpo che comanda. La ragione e l'ego, con i loro desideri e le loro
spiegazioni, semplicemente non sono invitati a partecipare. Ecco uno dei
sistemi:
Si inizia correndo su un terreno pianeggiante, di giorno. Nella corsa
bisogna cercare di sollevare le ginocchia il più possibile, fino a
sentire che il corpo può muoversi in questa maniera naturalmente, senza
forzarlo. In qualche modo si deve cercare un punto intermedio tra la
tensione e la scioltezza: i muscoli devono scaldarsi poco alla volta,
fino a raggiungere una flessibilità per così dire "tesa", che non
sconfini nel rilassamento. Così se incontriamo ostacoli, come ad esempio
piccole rocce, non saremo tanto rigidi da danneggiare le articolazioni,
né tanto flaccidi da procurarci una lussazione. Si tratta di raggiungere
uno stato d'animo molto particolare, che potremmo definire di "tensione
rilassata", in cui ci si sente ben svegli, attenti e attivi, ma con un
sentimento interno di sobrietà e controllo. Si raccomanda di praticare
questo primo passo per periodi di almeno un'ora.
Man mano che il corpo assimila quanto descritto nel paragrafo
precedente, possiamo praticare in condizioni più severe, come per
esempio un terreno piano ma irregolare, una pietraia o il letto secco di
un fiume. Possiamo inoltre aumentare gradualmente la velocità della
marcia. L'importante è che nel farlo ci sentiamo naturali e sicuri,
perché altrimenti potremmo farci male. Bisogna notare come le gambe
possono regolare naturalmente la loro flessibilità quando poggiano su
rocce, tronchi o altri ostacoli. Poco alla volta si deve cercare di
sentire il terreno con il corpo, evitando di guardare ossessivamente il
suolo per vedere dove si mettono i piedi. Lo sguardo deve essere
rilassato e diretto verso l'area di terreno di fronte a noi, ma senza
mettere a fuoco nessun punto specifico. Mentre in una marcia normale su
terreno irregolare le decisioni rispetto a dove e come poggiare i piedi
dipendono dal rapporto vista-cervello-gambe, nella marcia di potere esse
si realizzano a partire dalla relazione corpo-mondo. O, in modo più
preciso, dalla relazione tra "energia di dentro" ed "energia di fuori".
Quando riusciremo a spostarci a gran velocità sul tipo di terreno che ho
appena descritto, spazzando appena il suolo con lo sguardo e mantenendo
il ritmo e l'equilibrio senza restare esausti, cadere o farci del male,
saremo pronti per la fase successiva.
A questo punto potremo praticare la marcia su terreni con pendenze
dapprima dolci, poi sempre più pronunciate. Aumentando la sicurezza,
potremo cominciare a cercare pendenze ripide e irregolari. Inizialmente
possiamo scendere lungo dei sentieri, poi, poco alla volta, su terreni
aperti. E' importante ricordare che questi risultati non si possono
raggiungere in un solo giorno, ma solo con una pratica costante. Il
tempo che ci vorrà dipende dalle condizioni del praticante. Non c'è
limite a ciò che si può realizzare con la marcia di potere, né alle
trasformazioni che possiamo sperimentare realizzandola. Lavorando su
questi tipi di terreno, è molto importante non perdere il controllo. Non
ha senso raggiungere una grande velocità se facendolo perdiamo ritmo e
sicurezza, perché in tal caso cadremmo nel campo dell'ordinario e
potremmo farci del male.
Nella quarta fase bisogna praticare tutti gli esercizi finora descritti,
ma cambiando deliberatamente la velocità a seconda delle variazioni del
terreno e mantenendo lo stesso ritmo. La velocità varia, ma il ritmo
resta uguale. Bisogna includere anche delle salite, più o meno
pronunciate.
L'ultimo passo è solo per coloro che hanno raggiunto un buon livello in
tutte le fasi precedenti e consiste nel praticare di notte, al buio.
Si può cominciare allenandosi al tramonto o alla luce della luna, su
terreni conosciuti. Le notti di luna piena sono particolarmente
propizie, non solo per la loro luce dolce, ma anche perché facilitano il
passaggio alla coscienza del lato sinistro. Quando il nostro dominio
aumenta, possiamo praticare la marcia in piena oscurità e su terreni
sconosciuti. In realtà, quando si arriva a questo livello, già non si
sta più realizzando un esercizio voluto dall'io, ma è il corpo che
agisce, secondo un rapporto diretto con il mondo, al di là dei limiti
della ragione.
Commenti alla tecnica
Poiché il dialogo interno e la marcia di potere non possono aver luogo
simultaneamente, fin dai primi esercizi noteremo che il dialogo tende a
fermarsi, senza nessuno sforzo diretto da parte nostra. Eseguire la
marcia di potere esige la partecipazione di tutta la nostra energia e
non ne resta neppure un po' per il dialogo interno. E' per questo che si
tratta di un esercizio infallibile. Naturalmente, se si esegue
l'esercizio continuando a pensare, staremo semplicemente correndo o
trottando e non realizzando la marcia di potere. Nei gruppi che coordino
insisto continuamente sul fatto che i praticanti ascoltino attentamente
i messaggi del corpo, che non consistono in pensieri o idee, ma in
sentimenti. Questi messaggi arrivano dalla conoscenza silenziosa che
ogni essere umano possiede e che purtroppo ascoltiamo assai di rado. Nel
caso degli esercizi diretti a eseguire la marcia di potere, bisogna
enfatizzare che nessuno deve forzarsi a praticare passi che si trovino
fuori della sua portata. Se ad esempio un gruppo sta scendendo da una
montagna a passo di marcia e uno o più membri sentono di non essere in
condizione di mantenere il passo degli altri, non devono cercare di
farcela a tutti i costi. Segni chiari di una situazione del genere sono
la perdita di fiato, la tendenza a inciampare spesso, cadere, perdere
l'equilibrio, eccetera. In tal caso è meglio diminuire la velocità fino
a ritrovare ritmo ed equilibrio.
Come ho già detto, eseguire la marcia di potere implica necessariamente
la cessazione del dialogo interno e quindi la connessione con parti
ignote del mondo e del nostro stesso essere. Inoltre, il fatto di
realizzare un lavoro tanto intenso in uno stato di silenzio interiore,
stabilendo una relazione attiva con il mondo della natura, apre la porta
a stati d'essere che si trovano nella coscienza dell' altro io. Il
nagualismo è una di tali possibilità.
Spiegazione della relazione tra la marcia del potere e il fenomeno
noto come "nagualismo"
Eseguendo la marcia di potere, specialmente al buio e in luoghi
disabitati, non è raro sentire di trasformarsi in qualche animale. Lo si
sente nella respirazione, nella sicurezza degli spostamenti, nei suoni
involontari che si emettono.
Io lo scoprii una volta in cui, lavorando con un gruppo, stavo
percorrendo in fila indiana un'enorme collina a sud di Città del
Messico. Era di notte e c'era la luna piena. Stavamo lavorando da due
giorni con una serie di pratiche fuori dall'ambito verbale, che noi
chiamiamo "la tribù". In quella camminata notturna c'era un senso di
pace, di essere avvolti dall'oscurità ed eravamo un insieme di ombre che
si spostavano nel loro ambiente naturale. I vestiti strani, il fatto che
da due giorni non pronunciavamo una parola in linguaggi conosciuti e il
lavoro intenso che avevamo praticato, ci avevano portato in uno stato di
coscienza particolare, in cui l'ego e la storia personale non operavano.
Eravamo una tribù e dovevamo raggiungere il territorio di un'altra
tribù, che viveva sul lato opposto della montagna. All'improvviso
cominciai a sentire una specie di urgenza che mi portò ad aumentare la
velocità del passo. La vegetazione intorno diventò ancora più fitta e il
mondo si oscurò del tutto. Era come se qualcosa mi spingesse, o
piuttosto mi tirasse. Come se volessi inseguire e raggiungere qualcosa
di sconosciuto. Poco a poco mi trovai a trottare e il ritmo si
impossessò di me. Seppi che potevo trottare o correre per tutto il tempo
che fosse stato necessario. Seppi che non sarei inciampato, malgrado
intorno a me non vedessi che ombre. Cercai di fare in modo che il gruppo
mi seguisse, tentai di "tirarlo", finchè ciò che tirava me si fece più
forte e mi afferrò una specie di vertigine. Il mio passo si convertì in
un trotto e il trotto in corsa. Mi vedevo correre in piena oscurità,
fuori sentiero e a una velocità che in condizioni normali non avrei
raggiunto neppure di giorno e su un terreno piano. Qualcosa era cambiato
nella mia respirazione: era una respirazione profonda, selvaggia. Strani
suoni ansimanti e grugniti uscivano dal mio corpo. Ero diventato un
animale che correva per la montagna, nel suo elemento. Le ombre avevano
senso per me. Non era strano spostarmi in quell'ambiente. Era il mio
ambiente. Ero nato per quello, benché fino ad allora non l'avessi
saputo. Tutto era mistero e scoperta. Tutto era magia e tutto era
potere. Sperimentavo una felicità dell'altro mondo nell'essere un
animale selvaggio, senza pensieri. Senza storia. Seppi che animale ero e
seppi che lo sarei stato in segreto per il resto della mia vita su
questa terra.
Ci volle del tempo per tornare a essere me stesso e per ritrovare i miei
compagni. Non so cosa avrebbe visto un eventuale spettatore della mia
esperienza. Suppongo che sarebbe dipeso dalla sua sensibilità e dalla
sua capacità di "vedere". Un uomo comune si sarebbe sicuramente preso un
bello spavento.
Per me, comunque, non ci sono dubbi su ciò che successe. Don Juan aveva
ragione: non c'è altra realtà se non quella che sentiamo. La realtà è un
sentire. Quella notte, correndo come un animale selvaggio per il monte,
scoprii il principio del nagualismo. |