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Il mare è fatto di acqua, di caldo, di sabbia e di
zanzare. L’acqua mi dà poco fastidio. Lei è là e io qui.
E da quando poi ho visto uno mezzo annegato, con la
lingua fuori e gli occhi vitrei, per più sicurezza
quando alla mattina presto faccio la mia passeggiatina
lungo il “bagnasciuga” come lo chiamava Mussolini
buonanima, l’acqua non mi passa mai l’altezza delle
cavicelle (1), chè non si può mai sapere. E con questo,
per quello che riguarda l’acqua ho detto tutto.
La sabbia no. La sabbia è un castigo. Io non so come
sia. Che tu la trovi in spiaggia lo capisco, ma che tu
te la debba trovare sotto il culo in casa, quando ti
metti a sedere, nel lavandino, in tasca, dopo che hai
fatto di tutto per lasciarla fuori, è un mistero. E se
dico qualcosa con questa maledetta sabbia, la factotum
subito:
“Come sei inculento (2). A te al mare non va mai bene
niente, Un poco di sabbia non ti fa mica morire.” E con
questo lei mi mette a posto.
Vorrei poi sapere chi sono quelli che dicono che al mare
si sta freschi, non c’è mai caldo. Chiamalo fresco
questo, quando sotto l’ombrellone, tutto sudato, a bocca
aperta come un pesce fuori dall’acqua non respiro.
Chiamalo fresco quando la notte cuscino e lenzuola sono
roventi. Se faccio qualche commento lei subito mi dice
che questo non è caldo. Che caldo era quello di
Riccione, di Miramare, di altri posti dove portavamo i
bimbi in passato. A sentir lei, a causa di quel
buchettino che mi ha fatto comperare, Lido Adriano è il
posto migliore che si possa trovare: sotto tutti gli
aspetti
Anche le zanzare, sempre secondo lei, sono una sparuta
schiera, quasi inoffensive rispetto a quelle di Lido
degli Estensi dove han comperato casa dei nostri amici.
La notte, però, se io mi gratto anche lei si gratta;
brucia gli zampironi, ma se mi azzardo a mandare un
qualche accidente lei subito torna a dirmi che sono il
solito brontolone, il solito esagerato.
“Tante storie per una zanzara. Non ti fa mica morire.”
E il mare è poi fatto ancora di una massa di bastardi
(3) che urlano, che giocano, che ti sbattono un pallone
sulla pancia; ti rovesciano, passando, tra il fitto
degli ombrelloni, sempre più stretti, un mezzo
secchiello d’acqua; ti buttano la sabbia negli occhi.
E il mare è fatto ancora del bel spettacolo, nostrano e
forestiero, di gente stravaccata, mezza nuda che mette
in mostra pance, culi, masse cascanti che sarebbe meglio
nascondere.
E se c’è un qualinino (4) che merita di essere guardato
interviene la factotum con un rabbioso:
“Guarda, guarda pure!”
Sempre il mare è fatto, la mattina presto, di vecchi
matti, della mia età che vogliono fare gli atleti e
corrono a tutta cavicchia (5) lungo la riva e a un bel
momento crollano, cominciano a tossire e dalla fatica
rigettano la cena del giorno prima.
E finalmente il mare è fatto del rito del gelato o del
caffè in un qualche bar pieno di confusione, con un
cantante che urla, un’orchestra che suona così forte da
spaccarti gli orecchi, ma quello che è ancora peggio, è
la passeggiata serale con la solita rivista alle
vetrine. Una vetrina, due, tre... E io povero maccherone
dietro a lei: dietro, allegro come un cane bastonato.
A questo punto mi direte di aver capito che visto che
non ci sono per il mare, come mai non sto a casa in
montagna?
Fate presto voialtri. La factotum dove la mettete?
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