prefazione al libro "Lui e Lei" di Antonio Mazzieri

 di  Alceste Pulga

“Lui e Lei”, Lù e Lé, primizie che ho assaporato, anno dopo anno, nel clima festoso di incontri conviviali affollati. A cena non ancora conclusa s’intensificava il mormorio per sollecitare il maestro Antonio Mazzieri ad esibirsi nei suoi siparietti di costume, arguti, sapidi ed ironici: un vero spasso.
Ed ora quei racconti, quelle “avventure” hanno preso vita e corpo in una raccolta scritta di sicuro divertimento.
I protagonisti sono due: il maestro e la moglie, la “factotum”, che dialogano ininterrottamente. Lui accomodante e arrendevole, in apparenza; lei, imperativa e decisa.
Sullo sfondo personaggi singolari o fastidiosi fungono da spalla, da cornice o contrappunto,  per dar filo e colore alla scena.
Gli ambienti rivestono  un ruolo provocatorio: il mare è odiato da lui e amato da lei; un ascensore ultramoderno è causa di una lunga disputa e di situazioni paradossali; un megalbergo  diventa il labirinto inestricabile di Dedalo.
Anche  gli oggetti, “pedanini, valigie, telefoni”, offrono spunti inesauribili per le battute scoppiettanti di lui e lei.
Ma il vero protagonista dei racconti è il linguaggio che, nella trasposizione dialetto-lingua italiana, ha conservato il timbro, la vivacità ed il realismo graffiante della parola gergale.
Nella presentazione di “Lui e Lei” l’autore chiarisce di aver compiuto un’operazione di metamorfosi linguistica, scusandosi se l’italiano non risulta  appropriato. Io credo che l’amico Mazzieri parli al lettore con la stessa  arrendevole modestia dei suoi dialoghi con la “factotum”, ma in effetti sa di aver conservato volutamente lo spirito del dialetto lamese nell’abito della lingua ufficiale; e questo, a mio parere, riveste un’importanza primaria per il felice esito del libro.
Il linguaggio risulta incisivo, ricco di invenzioni, di neologismi mutuati dal dialetto, di effetto suggestivo per la sonorità e l’etimo, a volte volutamente ambiguo ed ilare.
In conclusione cito solo due espressioni esemplari. La prima,  riceve il massimo dell’incisività comunicativa dall’uso sintattico del dialetto e dall’efficacia metaforica: “la scaravolta al butichés (beauty- case), quel serpente che le donne ci tengono dentro le robe della speranza."
La seconda, delinea la caratteristica fisica di una donna di bassa statura  con l’espressione dialettale: “gamba curta e cul subèt”. In questo caso l’uso dell’italiano annullerebbe l’ efficacia del detto.

4 ottobre 2009

 Alceste Pulga