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Il banchetto nel Rinascimento rappresentava il grande
momento della festa privata, nel quale la corte del
Signore
offriva l’immagine di se stessa, ricalcando attraverso
il rito conviviale la propria organizzazione sociale. Il
banchetto era per il Signore l'occasione per dimostrare
pubblicamente la propria potenza, attraverso l’ostentata
ricchezza delle sue tavole, della credenza, degli abiti,
degli spettacoli ed il numero dei servitori. Nulla era
lasciato al caso: tutto rispondeva a precise regole di
un rigoroso rituale. Il ruolo del Signore veniva
esaltato dall’etichetta conviviale. La sua tavola era
sopraelevata rispetto alle altre e spesso coperta da un
baldacchino, simbolo di prestigio. Anche i posti dei
commensali venivano assegnati in ordine gerarchico,
secondo la vicinanza della persona fisica del Signore.
Come si
preparava la sala e come si mangiava
Le tavole venivano preparate poche ore prima del
pasto; erano tavole mobili, appoggiate su trespoli,
disposte in diversi modi: a ferro di cavallo, a "T", a
spina di pesce ecc., e venivano ricoperte da tappeti di
tessuto più o meno pregiato a seconda del rango dei
commensali: sopra il tappeto venivano poste le tovaglie.
I commensali mangiavano a coppie, un cavaliere ed una
dama, poiché per tradizione i due mangiavano dallo
stesso piatto e bevevano dalla stessa tazza. Le carni
venivano mangiate con le dita: prima di mangiare e dopo
di ogni portata
veniva offerta acqua profumata per
pulirsi le mani. Questa era un’usanza tipicamente
italiana: si racconta che in nessun paese si facesse tanto uso di acqua, ed anche per questo l’Italia
Rinascimentale fu considerata la grande madre della
civiltà. Le portate, sontuosamente decorate, venivano
portate in sala secondo una regìa impeccabile dello
scalco e prima di essere servite al Signore erano
sottoposte al rito del credenzino per essere assaggiate. Grande
protagonista del banchetto era la musica che non doveva
mai mancare: aveva il compito di accompagnare le
vivande.
Nel XVI sec. si afferma in Europa l’uso del calice
cerimoniale. Si tratta di un bicchiere molto decorato,
dotato di coperchio, che era usato per brindisi e
celebrazioni religiose. I calici erano in materiale
prezioso, ma anche di vetro soffiato e lavorato come una
trina. L’argenteria contribuì ad aumentare la ricchezza
di un banchetto, e Platina ( Bartolomeo Sacchi detto
Platina perché nato a Piadina, presso Cremona) sosteneva
che il vasellame prezioso, tenuto pulito e lucido,
conferiva alla tavola una “sontuosa lindura che
incoraggiava l’appetito”. Con il ‘600 piatti, vassoi,
candelieri e mobili in metalli preziosi divennero
indispensabili per la scenografia dei banchetti
barocchi.
Che
cosa si mangiava
Anche il cibo aveva un ruolo particolare in questa
etichetta; i banchetti erano opulenti ed interminabili:
alcune cronache suddividevano le numerosissime vivande
in "portate del sole" e "portate della luna". L'ordine
di
ingresso delle vivande non seguiva i canoni soliti dei
nostri menù: esse si suddividevano in servizi di
credenza e servizi di cocina, in un'alternanza di
dolcetti, frutta, formaggi, carni lessate e salse varie,
pasticci, selvaggine in crosta, ortaggi, arrosti,
insalate, pesci accarpionati e fritti, torte di erbe,
formaggi, ecc. Non mancavano le paste, come tagliatelle,
ravioli e lasagne, ma il più delle volte venivano
utilizzate per accompagnare gli arrosti. Nel
Rinascimento, con l’evoluzione dell’apparecchiatura
della tavola, la frutta divenne protagonista di
raffinate composizioni: i trionfi. La saggezza medica
del Medioevo e del Rinascimento considerava la frutta un
cibo freddo pericoloso, ma nello stesso tempo la
riteneva un utile stimolo all’appetito, in quanto,
spezzando la sequenza delle portate elaborate, rinnovava
la freschezza del palato. Con il Seicento la frutta
divenne oggetto d’interesse da parte dei naturalisti, e
gli alberi che la producevano trovarono collocazione in
giardini e orti botanici.
Figure
di servitori
Lo Scalco
Il termine deriva dal
gotico "skalke" (servo) ed entrò nell’uso intorno
al Trecento per indicare l’arte dello scalcare, cioè di
tagliare e dividere le carni. La carica di scalco
trinciante era onoratissima presso tutte le corti, e
comprendeva oltre al compito del trinciare le carni,
anche una sovrintendenza generale sugli
approvvigionamenti, sulle cucine e sulla tavola dei
nobili padroni. Per una tradizione che risaliva
addirittura a Carlo Magno, nelle corti principesche e
ducali lo scalco era un
nobile, almeno come titolare.
Il Trinciante
Il trinciante
doveva trinciare, dinanzi al proprio padrone o bene in
vista, e scegliere forcine e coltelli adatti a ciò che
doveva tagliare. Il trinciante si presentava con le
forcine e i coltelli poggiati su di un tondo,
solitamente di peltro o di un metallo più prezioso,
ricoperti da una salvietta. Nel tondo vi era anche una
saliera. Teneva un altro tovagliolo sulla spalla
sinistra per pulirsi le mani.Tagliava le varie carni e
poi le poggiava sui tondi del padrone e dei commensali,
cospargendole con un po' di sale, sparso dalla punta del
coltello stesso. Il trinciante, di tutto ciò che
tagliava, poteva scegliere una parte abbastanza degna
come proprio cibo.
Il Coppiere
Doveva avere dei
requisiti personali precisi: essere giovane, garbato, né
troppo bello né troppo brutto, allegro, costumato,
discreto, dalle mani bianche e delicate. Ad una delle
dita doveva portare un anello prezioso, il suo abito
doveva essere lungo e drappeggiato, in capo doveva
portare una berretta da prete, ai piedi doveva avere
calze scarlatte e scarpe di velluto nero. Doveva porgere
la coppa, coperta da una salvietta, con mano ferma,
scoprirla, versare il vino, allungato con l'acqua, come
usava a quei tempi, e sistemare sotto la coppa un piatto
concavo.
Lo Spenditore
Era l’addetto
alle provvigioni e questi erano i requisiti necessari:
capacità di scegliere fornitori onesti, saper acquistare
bene le merci, controllarle al loro arrivo, badando che
fossero consegnate in canestri puliti e chiusi a chiave,
perché gli sguatteri non potessero approfittarne. Doveva
essere onesto, saper leggere e scrivere, avere buoni
gusti, essere pulito. Da lui ci si attendeva che la
dispensa fosse sempre fornita e che si accorgesse subito
se qualcosa stava andando a male.
Il banchetto nei quadri dell’epoca
Tiziano ( 1490-1576) aveva un particolare rapporto
con le tavole imbandite, che spesso e volentieri
raffigurava
nei suoi dipinti ad olio. Un passo di una
lettera all’amico Pietro Aretino ci illumina a
proposito: “Il capretto di latte, le gelatine di
sapore e i pesci… con gli amici Tiziano Vecellio e Luigi
Anichino cenammo iersera insieme, non d'altre vivande
che dei vostri doni, cortesi e perfetti”. Tiziano
portava certe volte anche doni, fra i quali fagiani,
provenienti dalla sua terra, il Cadore.
Riportiamo la ricetta del “Fagiano alla moda del
Tiziano”
“Spiumate, fiammeggiate, lavate e asciugate un
fagiano. Farcitelo con pezzetti di pancetta, foglie di
salvia, pepe e sale. Con altre fettine di pancetta
avvolgete il fagiano, che fermerete con dello spago in
modo da mantenerla durante la cottura. Mettetelo in una
teglia, cospargetelo di lardo (o olio d’oliva) e
passatelo in forno medio per circa mezz’ora. Bagnate con
un bicchiere di vino e proseguite per altri venti
minuti. Sfasciate il fagiano dalla pancetta, e
continuate la cattura in modo che prenda un bel colore
uniforme. Una volta a puntino, tagliate il fagiano in
quarti e servitelo con la salsa di cottura e la
pancetta.” ( da “Taccuini storici).
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