Il Carnevale          di Franca Ascari Scanabissi  e Liliana Benatti Spennato 

“In Carnevale si balla e si canta,
poi in Quaresima si fa una vita santa”

(proverbio popolare)

Le origini del Carnevale si perdono nella più remota antichità. Le prime notizie risalgono ai tempi degli Egiziani, quando il popolo mascherato, intonando inni e lodi, accompagnava una sfilata di buoi che venivano sacrificati in onore del dio Nilo. I Greci dedicavano riti sfrenati al dio del vino Dionisio, mentre a Roma si celebravano i Saturnalia dal 17 al 25 dicembre, al solstizio d’inverno.
In quei giorni veniva rievocata la favolosa età dell’oro, in cui sotto il regno di Saturno, la terra produceva abbondanti frutti, le guerre erano cessate, non esistevano né schiavi né padroni. Ogni uomo era considerato per se stesso e non per il ruolo sociale che ricopriva; anche lo schiavo poteva ubriacarsi, burlarsi del padrone e perfino beffeggiarlo! Tutti gettavano la toga, per mettersi il synthesis, un vestito scolacciato e il pileo, un cappello senza falda, simile a quello di Pulcinella. Con il Cristianesimo questi riti persero il carattere magico e rimasero come forme di divertimento popolare.
La più probabile etimologia della parola Carnevale è carnem levare cioè togliere la carne dalla tavola ed iniziare un periodo quaresimale. Il concetto è quello, materiale o figurato, della carne, considerata un simbolo di benessere e di ricchezza. Il senso della festa consiste nel mangiare, bere, ballare, forse un po’ troppo smoderatamente, per poi costringere corpo e spirito a penitenze ed astinenze. Nel Medioevo in Europa e in Italia sorsero speciali associazioni di cittadini, che organizzavano le feste di Carnevale. Si chiamavano Compagnie di Folli o Abbazie dei Folli o degli Stolti; di solito formate da giovani che provvedevano a fissare date, regole, contributi in denaro. Anche nella Firenze del Rinascimento, il Carnevale era celebrato con sfarzo e allegria: giocose comitive, dette brigate, percorrevano le vie cittadine cantando i canti carnascialeschi, il più famoso fu quello scritto dallo stesso Lorenzo dei Medici, di cui ricordiamo il ritornello:
 

“ Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuol essere lieto sia
di doman non v’è certezza”

L’eccessiva baldoria veniva frenata dalle prediche che nel 1400, dal suo pulpito, faceva Gerolamo Savonarola e i suoi seguaci, chiamati ”Piagnoni”. Il frate condannò  il Carnevale e volle che al posto dei balli, la gente pregasse e si pentisse. Nel secolo XVII questo periodo era vissuto come festa di rivolta sociale della plebe, che in quei giorni di baldoria poteva esprimere la propria condizione di vita, abolire le barriere di classe, che nella politica quotidiana la dividevano dai ricchi e dai potenti. Nel 1700 la commedia dell’arte di Goldoni apportò un nuovo impulso al Carnevale veneziano con la creazione delle immortali figure di Rosaura, Mirandolina, Todero… che diventarono simboli incancellabili delle virtù e dei vizi umani.

Nei secoli successivi i festeggiamenti si arricchirono di cortei mascherati, carri allegorici, che diventarono sempre più ricchi, giganteschi e fantasiosi. Ricordiamo i famosi Carnevali di Viareggio, Cento, Putigliano… ed i  carri in fiore di Sanremo.