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Le
origini del Carnevale si perdono nella più remota antichità. Le prime notizie
risalgono ai tempi degli Egiziani, quando il popolo mascherato, intonando inni e
lodi, accompagnava una sfilata di buoi che venivano sacrificati in onore del dio
Nilo. I Greci dedicavano riti sfrenati al dio del vino Dionisio, mentre a Roma
si celebravano i Saturnalia dal 17 al 25 dicembre, al solstizio d’inverno.
In quei giorni veniva rievocata la favolosa età dell’oro, in cui sotto il regno
di Saturno, la terra produceva abbondanti frutti, le guerre erano cessate, non
esistevano né schiavi né padroni. Ogni uomo era considerato per se stesso e non
per il ruolo sociale che ricopriva; anche lo schiavo poteva ubriacarsi, burlarsi
del padrone e perfino beffeggiarlo! Tutti gettavano la toga, per mettersi il
synthesis, un vestito scolacciato e il pileo, un cappello senza
falda, simile a quello di Pulcinella. Con il Cristianesimo questi riti persero
il carattere magico e rimasero come forme di divertimento
popolare.
La più probabile etimologia della parola Carnevale è carnem levare cioè
togliere la carne dalla tavola ed iniziare un periodo quaresimale. Il concetto è
quello, materiale o figurato, della carne, considerata un simbolo di benessere e
di ricchezza. Il senso della festa consiste nel mangiare, bere, ballare, forse
un po’ troppo smoderatamente, per poi costringere corpo e spirito a penitenze ed
astinenze. Nel Medioevo in Europa e in Italia sorsero speciali associazioni di
cittadini, che organizzavano le feste di Carnevale. Si chiamavano Compagnie
di Folli o Abbazie dei Folli o degli Stolti; di solito formate da giovani
che provvedevano a fissare date, regole, contributi in denaro. Anche nella
Firenze del Rinascimento, il Carnevale era celebrato con sfarzo e allegria:
giocose comitive, dette brigate, percorrevano le vie cittadine cantando i canti
carnascialeschi, il più famoso fu quello scritto dallo stesso Lorenzo dei
Medici, di cui ricordiamo il ritornello:
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L’eccessiva
baldoria veniva frenata dalle prediche che nel 1400, dal suo pulpito, faceva
Gerolamo Savonarola e i suoi seguaci, chiamati ”Piagnoni”. Il frate condannò il
Carnevale e volle che al posto dei balli, la gente pregasse e si pentisse. Nel
secolo XVII questo periodo era vissuto come festa di rivolta sociale della
plebe, che in quei giorni di baldoria poteva esprimere la propria condizione di
vita, abolire le barriere di classe, che nella politica quotidiana la dividevano
dai ricchi e dai potenti. Nel 1700 la commedia dell’arte di Goldoni
apportò un nuovo impulso al Carnevale veneziano con la creazione
delle immortali figure di Rosaura, Mirandolina, Todero… che diventarono simboli
incancellabili delle virtù e dei vizi umani.
Nei secoli
successivi i festeggiamenti si arricchirono di cortei mascherati, carri
allegorici, che diventarono sempre più ricchi, giganteschi e fantasiosi.
Ricordiamo i famosi Carnevali di Viareggio, Cento, Putigliano… ed i carri in
fiore di Sanremo. |