Le mascherate montanare         di Franca Ascari Scanabissi  e Liliana Benatti Spennato 

Nella montagna modenese il Carnevale era rallegrato da balli, conversazioni e in alcuni luoghi anche da mascherate , che si tenevano per le vie del paese. In molte località le feste erano ad invito. Il giovedì penultimo di carnevale, detto giovedì fritellaro, il crocchio di amici era invitato a casa di uno, ma si sapeva già che il giovedì grasso” vi sarebbe stata cena e frittelle a casa di un altro… Le feste non erano finite: un nuovo appuntamento per la sera dell’ultima domenica di Carnevale era quello del ballo a casa di un terzo amico e per concludere “ martedì grasso” si andava a casa di un quarto conoscente, dove fino a mezzanotte fervevano le danze, che al tocco, in punto, sarebbero cessate. Vi era l’usanza dei mascheri, persone estranee alla festa, vestite in modo originale, con il volto coperto da una maschera, per non farsi riconoscere. Prima della mezzanotte erano introdotti nella sala per i cosiddetti due balli. Durante il primo erano osservati attentamente e se erano riconosciuti, facevano il secondo senza maschera. Se invece non venivano riconosciuti, lasciavano la sala con inchini, come segno di ringraziamento.
Quasi ogni anno, in qualche frazione del Comune di Pavullo, e più frequentemente in quelle situate lungo la sponda sinistra dei Panaro, come Verica e Benedello, l'ultima settimana di Carnevale, tra i giovani del posto, veniva costituita la Mascherata. Si tratta di un corteo formato da musici, danzatori, guardie armate e una vecchia, che è la figura principale. Accanto alla vecchia, vi è il Vecchio e il Dottore, quest’ultimo è una specie di ministro, che dà forma al pensiero ed alla volontà della vecchia, esprimendoli in rima. Il corteo, suonando e danzando, va in giro per la frazione, accolto ovunque con grande abbondanza di cibi e vino. Il vagabondaggio da una casa all'altra, si conclude inevitabilmente in un' orgia, che raggiunge il colmo nell'ultimo giorno di Carnevale, dopo di che il corteo scompare.
La seconda fase della mascherata si tiene a metà Quaresima. La Vecchia è mesta e piangente, e le guardie armate, che una volta erano gli esecutori dei suoi ordini, sono ora i suoi carcerieri. Viene trascinata verso la piazza, dove è preparata una catasta di legna e qui, dopo la sostituzione, un fantoccio preparato con gli stessi abiti della vecchia, viene issato sul rogo e dato alle fiamme, tra gli evviva dei popolo. Mentre la vecchia brucia, il Dottore, salito su un palco, legge il cosiddetto "testamento della vecchia" cioè una serie di lasciti scherzosi ed un lungo elenco di rivelazioni piccanti a carico dei compaesani e delle compaesane.
(Sull’uso di “bruciare la vecchia” Folklore frignanese da E.Jacoli “La giovane montagna”)
A Pavullo verso il 1800 fu ideata la maschera di Batistin Paneda, da un certo Moscardini, in sostituzione della figura del dottore, passata alle mascherate di campagna.
Il nuovo personaggio incarnava il tipo di pavullese piuttosto attempato, con capelli e baffi bianchi, furbo, sagace, con spiccato spirito critico e una punta di mordace satira. Elegante, di carattere piacevole ed affabile, si presentava con abiti di alta classe: vestiva una redingote grigia, adornata all’occhiello con un fiore bianco, come pure bianco era lo sparato. Una bella cravatta azzurra, un gilet di velluto verde, pantaloni attillati di velluto nero, calze bianche e scarpe di vernice con fibbie d’argento, completavano la sua toilette. In una mano teneva il cilindro nero, con un nastro rosso; nell’altra un bastone da passeggio, con pomello in argento. Così si presentava ai veglioni della vivace Società Torre, riscuotendo un brillante successo. Il suo ingresso era trionfale: preceduto da una orchestrina, salutava i compaesani. Al culmine della festa la maschera di Batistin Paneda, al centro del salone, recitava i suoi versi in rima al pubblico, rivolgendosi in particolare ad avvenimenti dell’anno.