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Nella montagna modenese il Carnevale era rallegrato da balli,
conversazioni e in alcuni luoghi anche da mascherate , che si tenevano per le
vie del paese. In molte località le feste erano ad invito. Il giovedì
penultimo di carnevale, detto giovedì fritellaro, il crocchio di amici era
invitato a casa di uno, ma si sapeva già che il giovedì grasso” vi sarebbe stata
cena e frittelle a casa di un altro… Le feste non erano finite: un nuovo
appuntamento per la sera dell’ultima domenica di Carnevale era quello del ballo
a casa di un terzo amico e per concludere “ martedì grasso” si andava a casa di
un quarto conoscente, dove fino a mezzanotte fervevano le danze, che al tocco,
in punto, sarebbero cessate. Vi era l’usanza dei mascheri, persone estranee alla
festa, vestite in modo originale, con il volto coperto da una maschera, per non
farsi riconoscere. Prima della mezzanotte erano introdotti nella sala per i
cosiddetti due balli. Durante il primo erano osservati attentamente e se erano
riconosciuti, facevano il secondo senza maschera. Se invece non venivano
riconosciuti, lasciavano la sala con inchini, come segno di ringraziamento.
Quasi ogni anno, in qualche frazione del Comune di Pavullo, e più frequentemente
in quelle situate lungo la sponda sinistra dei Panaro, come Verica e Benedello,
l'ultima settimana di Carnevale, tra i giovani del posto, veniva costituita la
Mascherata. Si tratta di un corteo formato da musici, danzatori, guardie armate
e una vecchia, che è la figura principale. Accanto alla vecchia, vi è il Vecchio
e il Dottore, quest’ultimo è una specie di ministro, che dà forma al pensiero ed
alla volontà della vecchia, esprimendoli in rima. Il corteo, suonando e
danzando, va in giro per la frazione, accolto ovunque con grande abbondanza di
cibi e vino. Il vagabondaggio da una casa all'altra, si conclude inevitabilmente
in un' orgia, che raggiunge il colmo nell'ultimo giorno di Carnevale, dopo di
che il corteo scompare.
La seconda fase della mascherata si tiene a metà Quaresima. La Vecchia è mesta e
piangente, e le guardie armate, che una volta erano gli esecutori dei suoi
ordini, sono ora i suoi carcerieri. Viene trascinata verso la piazza, dove è
preparata una catasta di legna e qui, dopo la sostituzione, un fantoccio
preparato con gli stessi abiti della vecchia, viene issato sul rogo e dato alle
fiamme, tra gli evviva dei popolo. Mentre la vecchia brucia, il Dottore, salito
su un palco, legge il cosiddetto "testamento della vecchia" cioè una serie di
lasciti scherzosi ed un lungo elenco di rivelazioni piccanti a carico dei
compaesani e delle compaesane.
(Sull’uso di “bruciare la vecchia” Folklore frignanese da E.Jacoli “La
giovane montagna”)
A Pavullo verso il 1800 fu ideata la maschera di Batistin Paneda, da un certo
Moscardini, in sostituzione della figura del dottore, passata alle mascherate di
campagna.
Il nuovo personaggio incarnava il tipo di pavullese piuttosto attempato, con
capelli e baffi bianchi, furbo, sagace, con spiccato spirito critico e una punta
di mordace satira. Elegante, di carattere piacevole ed affabile, si presentava
con abiti di alta classe: vestiva una redingote grigia, adornata all’occhiello
con un fiore bianco, come pure bianco era lo sparato. Una bella cravatta
azzurra, un gilet di velluto verde, pantaloni attillati di velluto nero, calze
bianche e scarpe di vernice con fibbie d’argento, completavano la sua toilette.
In una mano teneva il cilindro nero, con un nastro rosso; nell’altra un bastone
da passeggio, con pomello in argento. Così si presentava ai veglioni della
vivace Società Torre, riscuotendo un brillante successo. Il suo ingresso era
trionfale: preceduto da una orchestrina, salutava i compaesani. Al culmine della
festa la maschera di Batistin Paneda, al centro del salone, recitava i suoi
versi in rima al pubblico, rivolgendosi in particolare ad avvenimenti dell’anno.
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