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Mestieri tipici del periodo natalizio di Franca Ascari Scanabissi e Liliana Benatti Spennato |
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Zampognaro
Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.
Giovanni Pascoli, Le ciaramelle
Ricordi
Ai primi di dicembre, passeggiando per le vie del
centro, nel tardo pomeriggio, poteva capitare di
sentire in lontananza le note di una melodia
natalizia, che man mano si avvicinavano. Erano gli
zampognari, sempre in coppia, che passeggiavano
lentamente sotto i portici, mentre suonavano le
zampogne e le pive. Al loro seguito un nugolo di
bambini, che li guardavano con occhi incantati, come
fossero i personaggi di un presepe. In verità
assomigliavano proprio alle statuine dei pastori:
mantello nero, calzoni di velluto, calzari tipici ed
un largo cappello in testa. Alla fine di ogni
musica, si toglievano il cappello per raccogliere le
offerte. Quel suono dolce e nostalgico mi
accompagnava per giorni e giorni ed era il
sottofondo musicale dei pomeriggi trascorsi ad
allestire albero e presepe. Nonna Marina mi
raccontava che venivano da terre lontane, da paesi
incastonati fra i monti e scendevano in pianura per
portare l’annuncio della nascita di Gesù Bambino. Nei giorni precedenti le festività natalizie, alcuni anni fa, c’era il passaggio di paese in paese degli zampognari che suonavano la novena natalizia. Erano pastori, improvvisati pellegrini, che dovevano viaggiare in coppia secondo un antichissimo rituale. Nel Vangelo di Marco (VI, 7-9) troviamo: Mandò i suoi discepoli a due a due e ordinò loro di portare soltanto un bastone e nient’altro; né bisaccia, né denari, ma di calzare i sandali. Lo
zampognaro è l’unione di un pastore e un mendicante
ed oggi la sua figura, come tante altre, nelle
tradizioni popolari va scomparendo o per lo meno sta
perdendo parte del suo antico fascino. Così non era
nel passato, quando ai primi di dicembre questi
suonatori scendevano dalle montagne dell’Abruzzo e
del Molise e andavano in coppia, di solito un
anziano e un ragazzino, per le strade dei paesi e
delle città ad annunciare con il suono dei loro
strumenti che il Natale era vicino. Indossavano un
cappello, un mantello corto a tutta ruota, o,
Nella mitologia il primo zampognaro fu Pan,
rappresentato con zoccoli di capra, anche lui
pastore, che ballava in orge notturne di sacrifici.
La Chiesa nel Medioevo ha coniato lespressione
sacca del diavolo
per designare la zampogna. Alcuni costruttori
pensano che fosse stata messa all’indice nei secoli
scorsi in quanto utilizzata in feste popolari a
volte smodate.
Proverbi e modi di dire
- Tornare con
le pive nel sacco: è un modo di dire che
deriva dagli zampognari che in periodo natalizio
andavano nelle città e nei paesi vicini a
suonare i loro strumenti (pive) per raccogliere
un po’ di danaro. Anticamente accettavano anche
altri doni, cibo e vestiti, che riponevano in un
sacco di iuta. Se i doni erano pochi, nel sacco
semivuoto c’era spazio anche per le pive.
I venditori di alberi di Natale facevano la loro comparsa nel periodo natalizio, portando nelle piazze abeti di ogni tipo e dimensione. C’erano quelli con le radici, quelli senza e le cosiddette punte, cioè la cima. Con l’introduzione sul mercato degli alberi sintetici, sono notevolmente diminuiti di numero.
Tortellinaia
…e l’oste, che era
guercio e bolognese,
imitando di Venere
il bellico
e con capponi e
starne e quel buon vino
l’arte di fare il
tortellino apprese.
Giuseppe Ceri, L’ombelico
di Venere
Ricordi
Quando nonna Marina
decideva di preparare i tortellini, tutta la
famiglia era precettata. Nonno Ardilio era
incaricato di andare in macelleria a comperare la
carne per il ripieno. -Mi raccomando - diceva in
tono autoritario- 3 fettine di vitello, 3 di lombo
di maiale, mezzo petto di pollo e… un etto di
mortadella e di prosciutto- Mia madre era l’addetta
a preparare il ripieno: faceva rosolare la carne nel
burro, poi la passava al tritacarne ed aggiungeva il
parmigiano, le uova ed un po’ di noce moscata. Nel
frattempo nonna Marina aveva fatto l’impasto e
tirato con il mattarello la sfoglia, sottile, senza
buchi. La tagliava in tanti quadretti, di circa 4 cm
di lato. A questo punto intervenivo io, che con 3
dita prendevo un po’ di ripieno e lo mettevo su ogni
quadrettino. Il mio compito poteva sembrare
all’apparenza facile, in realtà era frutto di tanti
errori, perché la giusta misura la si impara solo
con l’esperienza. La chiusura dei quadrati era
l’operazione più importante, perché avrebbe dato
vita al tortellino. Mio padre, nonostante non avesse
dita proprio affusolate, era il più bravo: ripiegava
il quadrato in triangolo e con gesti esperti e
veloci girava gli angoli intorno al dito ed…ecco
pronto il tortellino!
E’ un mestiere tipico di
quel tratto della via Emilia, che va da Modena a
Bologna, dove è diffuso il tortellino; i
Il 19 febbraio del 1909
fece scalpore a Bologna lo sciopero delle
tortellinaie della ditta Bertagni, in segno di
solidarietà nei confronti di 42 colleghe licenziate.
Un tempo era la rezdora, che conosceva l’arte del
fare i tortellini; c’era anche chi li faceva a
domicilio dei clienti, nelle grandi occasioni, come
i matrimoni.
Curiosità
- Il 7 dicembre 1974 la
Dotta Confraternita del Tortellino e l’Accademia
Italiana della Cucina, depositarono presso la Camera
di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di
Bologna la ricetta del ripieno dei tortellini, che
prescrive, dentro a una sfoglia di farina e uova di
6/10 di millimetro, un ripieno preparato con lombo
di maiale, prosciutto crudo, mortadella di Bologna,
Parmigiano Reggiano, uova e noce moscata.
- In numerosi paesi
dell’Emilia si festeggia la sagra del tortellino,
molto nota è quella di Castelfranco Emilia, che si
tiene per S. Nicola.
Proverbi e modi di
dire
- Donna giovane, vino,
tortellino e dài che il mondo è bello…
- Il primo tortellino
non è mai perfetto - Se c’è il tortellino col pepe, capita a me: espressione pronunciata da chi si ritiene sfortunato, convinto che se deve succedere una disgrazia succederà proprio a lui. Risale ad un’antica tradizione bolognese. Quando si mangiavano i tortellini soltanto nelle solennità, le famiglie praticavano una curiosa usanza: uno dei tortellini destinati al pranzo veniva riempito unicamente con del pepe al posto del tradizionale ripieno, poi si mischiava con gli altri. Era un bonario scherzo familiare e si aspettava di vedere a chi sarebbe capitato. Dalla casuale destinazione si traevano anche auspici di buona o cattiva sorte per l’interessato |
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(tratto da “Alla riscoperta degli antichi mestieri, scomparsi, rari o mutati nel tempo” di Franca Ascari Scanabissi, Liliana Benatti Spennato, Adelmo Iaccheri, editore in Pavullo 2010) |