I Mestieri del vino                            di Franca Ascari Scanabissi  e Liliana Benatti Spennato  

Nel passato alcuni mestieri riguardavano in modo specifico l’universo del vino.

Il vignaiolo, per definizione chi possiede o lavora come dipendente una vigna, ha una storia antica quanto quella del vino. La civiltà babilonese conosceva già la bevanda che dà l’ebbrezza; anche in Giordania, Palestina ed Egitto si sviluppò la coltivazione della vite. I Greci considerarono il vino nettare degli dei, portatore di verità. Platone vedeva nel vino la premessa per le più serie meditazioni filosofiche e lo definiva bevanda propizia al filosofare. Socrate poteva bere quanto voleva senza perdere il controllo di se stesso; era comunque molto attento nell’insegnare agli altri i giusti limiti del bere e sosteneva che gli uomini, se esagerano, barcollano e vaneggiano. Il vino era considerato un mezzo per portare alla luce la verità. Aristotele afferma: …perciò bisogna filosofare e banchettare insieme.

Nell’Antico Testamento, in particolare nel libro della Genesi, si ricorda Noè come colui che diede inizio alla viticoltura, come il primo vignaiolo. Ora Noe', coltivatore della terra, comincio' a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriaco' e giacque scoperto all'interno della sua tenda (Genesi, cap.9). Per il Cristianesimo il vino ha importanza quale simbolo di vita, di salvezza, sangue di Cristo, non a caso il  primo miracolo compiuto da Gesù ha come protagonista il vino (le nozze di Cana). Gesù, nell’ultima cena, così disse agli discepoli: Io sono la vera vite e il padre mio è il vignaiolo…Io sono la vite e voi i tralci.  (Vangelo di.Giovanni 15).

La coltivazione della vite si diffonde in Italia nel II millennio a.C. grazie ai contatti con popoli cretesi, fenici e greci, ma è con la civiltà romana che la produzione del vino diventa una vera e propria arte. I Romani assegnano al dio Bacco la funzione di protettore della vite. Baccanali vengono chiamate le feste in suo onore, che raggiunsero però un tale livello di dissolutezza da essere soppresse nel 186 a.C.  Nel Medioevo la coltivazione della vite fu trascurata ed è solo grazie alla Chiesa che non tornò allo stato selvatico: infatti l’esigenza di utilizzare il vino durante la messa ne mantenne in vita la produzione. Con il passaggio al nuovo millennio e l’avvento delle Repubbliche Marinare rifiorirono i commerci e tra i beni scambiati il vino occupò nuovamente una posizione di rilievo. La novella CLXXVII del Decamerone di Boccaccio si dimostra di grande utilità perché è una delle poche che fornisce degli elementi relativi a chi produceva per professione il vino. Nell’opera di Franco Sacchetti (1332-1400) Trecentonovelle emerge tra i vari mestieri quello del vignaiolo, con indicazioni relative ai tipi di vite da trapiantare, all’epoca, ai luoghi adatti all’innesto e alle tecniche di manutenzione della pianta. Durante il Rinascimento la viticoltura ebbe un notevole incremento, dovuto al fatto che i ceti borghesi, arricchiti con l’artigianato e il commercio, investirono sulla produzione del vino, tanto che si parla di viticoltura borghese. Molti artisti dell’epoca, fra cui Michelangelo, Signorelli, Caravaggio, esaltarono nelle loro opere il vino, raffigurando episodi mitologici e biblici. Nei secoli successivi l’importanza del vignaiolo aumentò parallelamente a quella del vino, tanto che oggi il vignaiolo deve tener conto delle esigenze qualitative, sanitarie e sociali della produzione di vino.

Santi protettori

S. Ludmilla (16 settembre). Vissuta in Boemia nella metà del IX secolo, a 14 anni sposò Borivoj, duca di Boemia. Fu zelante nella diffusione del cristianesimo; morto il marito, distribuì i beni ai poveri. Le fu affidata l’educazione del nipote Venceslao, ma la madre naturale, in preda alla gelosia, la fece assassinare.

S. Urbano di Langres (2 aprile). Visse nella prima metà del V secolo, fu vescovo di Langres. Di lui si conoscono solo i miracoli, fra cui la cessazione o la produzione della pioggia, il che lo fece diventare protettore dei vignaioli.

S. Morando (3 giugno). Nato in Renania intorno al 1050, ordinato sacerdote si recò a Compostela e, al suo ritorno, si fece monaco a Cluny, fondando poi il monastero in cui concluse il corso della sua intensa vita. È considerato patrono dei vignaioli, perché si racconta che abbia trascorso una Quaresima senza altro cibo che un grappolo d’uva e con il grappolo è stato rappresentato in alcune sculture sui portali di varie chiese.

S. Vincenzo di Saragozza (22 gennaio).

S. Martino di Tours (11 novembre). Nato in Pannonia, nel 316-317, figlio di un ufficiale dell’esercito romano, si arruolò giovanissimo nella cavalleria imperiale, prestando servizio in Gallia. È in quest’epoca che si colloca l’episodio di Martino a cavallo, che con la spada taglia in due il suo mantello militare, per difendere un mendicante dal freddo. Lasciato l’esercito nel 356, già battezzato forse ad Amiens, dopo vari viaggi, fu ordinato prete  e nel 371 diventò vescovo di Tours. Nel suo giorno si beveva il vino nuovo, detto anche vino di S. Martino.

S. Servazio di Tongres (13 maggio).
La vendemmia impegnava i vendemmiatori per giorni interi, sempre con il volto rivolto al cielo, per scongiurare l’arrivo devastante di un temporale.

Ricordi

La raccolta dell’uva era una festa per mia madre, allora bambina. Le piaceva stare in aperta campagna, sotto i filari carichi di grappoli maturi, all’ombra delle viti, che nel mese di ottobre erano nel loro massimo splendore. Le foglie sembravano la tavolozza di un pittore: rossi cupi accanto a gialli dorati, verdi accesi accostati a tonalità brune e castane. Gli acini dell’uva bianca erano quasi trasparenti e lasciavano intravedere i piccoli semi al loro interno, mentre quelli dell’uva nera avevano un bel colore vinaccia che ai raggi del sole assumeva gradazioni infinite di rubino e di viola. Maria era forse la più piccola del gruppo delle donne, ma era sicuramente la più agile e veloce nella raccolta. Si arrampicava, senza sapere cosa fosse la paura, su scale altissime, appoggiate in bilico ai grossi olmi, cui erano avvinghiati i filari di vite. Raccoglieva con mani esperte i grappoli, senza rovinarli e li metteva con cura nella cesta, che una volta colma veniva presa da un uomo e vuotata nei carri. La bambina era così leggera che le dicevano:- Sei come una piuma!-  I contadini la spostavano insieme alla scala da una pianta all’altra, senza nemmeno farla scendere. Erano momenti di risate allegre e gioiose, di canti sotto il sole, di pasti consumati sdraiati nell’erba, mentre le api ronzavano intorno, attratte dalla dolcezza di un acino calpestato.
Mangiare un grappolo d’uva con il pane era quanto di più buono si potesse immaginare!
Mariolina se lo gustava con lentezza, assaporando tutta la fragranza della natura, racchiusa in un così piccolo tesoro. Là dentro c’erano il calore del sole d’estate, il profumo dell’erba appena tagliata, la forza e il sacrificio dell’uomo, la ricompensa per un tanto faticoso lavoro …

Il termine brentatore si riferisce a chi è addetto al trasporto di vino con la brenta, una bigoncia di legno che si carica sulle spalle. Brenta può anche assumere il significato di misura di capacità per liquidi, specialmente vino, propria dell’Italia settentrionale, Emilia e in particolare del bolognese e modenese. Accanto alla brenta esistevano la mezza e il quartirolo (boccale).
A Bologna si trova notizia dei brentatori già dal Medioevo; figure operose che trasportavano le uve e il vino dalla campagna alla città, dai comuni di Monteveglio, Savigno, Monte San Pietro fino alla piazza della Mercanzia. L’eterna rivalità fra Bologna e Modena si ritrova anche sulla strada dei vini, dove una compagnia di brentatori bolognesi difendeva il vino trasportato dall’attacco dei cugini modenesi. Le tracce dell’esistenza di un fiorente mercato del vino sul territorio bolognese, emergono da un interessante documento ritrovato negli archivi di Stato del capoluogo emiliano, in cui risulta che secondo gli statuti della Compagnia dei Brentatori, i brentatori stessi dovessero ricevere quattro soldi come compenso massimo per ogni corba di vino trasportata (la corba era un’antica misura di capacità pari a circa 78,6 litri). Altre norme concernenti i brentatori, il vino ed il suo commercio erano elencate ed incluse nel Bando generale sopra la tesoreria e Dazio del vino di Bologna suo distretto e contado, sottoscritto dal camerlengo Cardinal Rezzonico nel 1767.
In Piemonte i brentatori erano molto diffusi e la loro importanza nell’economia locale è attestata dal radunarsi in corporazioni e dalla subordinazione dell’esercizio del mestiere alla autorizzazione comunale. Avevano anche la responsabilità di testare la qualità del vino, che assaggiavano adoperando apposite canne, della capacità di tre once, per sincerarsi che non fosse annacquato o rinforzato con miele e altre sostanze vietate. Per essere ammesso al mestiere, il brentatore doveva giurare fedeltà ai Capitoli da osservarsi (1757) che lo vincolavano anche a partecipare allo spegnimento degli incendi riempiendo d’acqua la propria brenta e facendo le veci di pompiere.

Santi protettori

Beato Alberto da Villa d'Ogna (7 maggio). Nacque intorno al 1214 a Villa d’Ogna (BG) da una famiglia di modesti contadini;  lasciò il suo paese natale per stabilirsi a Cremona, dove fece l’umile brentatore e si aggregò al Terz’ordine domenicano. Alla sua morte, nel 1279, il popolo lo volle sepolto nella cattedrale e i Domenicani ne diffusero immediatamente la fama di santità anche in altre città, come Parma e Reggio. A Parma furono inviate reliquie alla chiesa di S. Pietro, dove si radunavano i brentatori e qui cominciarono a convenire processioni da ogni parte. Per Salimbene, francescano, Alberto da Villa d’Ogna non era tanto un portator vini, cioè un facchino, quanto un potator vini anzi un potator et peccator, cioè un povero ubriacone peccatore.

(tratto da “Alla riscoperta degli antichi mestieri, scomparsi, rari o mutati nel tempo” di Franca Ascari Scanabissi, Liliana Benatti Spennato, Adelmo Iaccheri, editore in Pavullo 2010)