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Ricordi
Mia madre si
trovava nell’aia, il sole pallido dell’inverno era
appena apparso all’orizzonte, ma c’era già un grande via
vai di persone. Era una giornata molto importante per
gli adulti, molto divertente per gli altri bambini, ma
non per lei, che non amava l’uccisione del maiale.
Se ne stava rannicchiata in un angolo a guardare: i
macellai erano diventati ai suoi occhi persone mostruose ,
con in mano lunghi coltelli, che brandivano come armi
pericolose. La nebbia galleggiava a qualche centimetro
da terra e si confondeva con il vapore dell’acqua
bollente e con il fiato degli uomini intenti a lavorare.
Le sembrava di sentire nelle orecchie i gemiti e i
lamenti di quella povera bestia e nascondeva disperata
la testa tra le braccia,per cacciare via, lontano,
quelle urla strazianti. Le donne di casa correvano
indaffarate …i bambini giocavano felici intorno al
tavolone della “pcarìa”. Solo lei piangeva di un pianto
incompreso dagli altri, che anzi ridevano di quel suo
strano atteggiamento. - Ma come non sei contenta di
mangiare finalmente un buon bocconcino?-
I
norcini erano conosciuti già nell’antica Roma come
esperti nell’arte di castrare i maiali e lavorarne le
carni, ma fu solo
dal
XII al XVII secolo che ebbero grande importanza per la
lavorazione delle carni suine. Il termine norcino
deriva dalla città di Norcia. Nel tempo questi
lavoratori si organizzarono in Corporazioni; a Bologna
c’era la Corporazione dei Salaroli. Papa Paolo V, con la
bolla del 1615, riconobbe la Confraternita norcina
dedicata ai santi Benedetto e Scolastica e papa Gregorio
XV, otto anni dopo, la promosse ad Arciconfraternita. I
norcini divennero famosi in varie parti della penisola.
La loro
attività era stagionale, in quanto il maiale veniva
ucciso una volta all’anno, d’inverno. Lasciavano le loro
città (Norcia, Cascia, Bologna, Firenze, Roma) ai primi
di ottobre e ritornavano verso la fine di marzo. La
figura del norcino è rimasta fino dopo la seconda Guerra
Mondiale. Nelle famiglie contadine, l’uccisione del
maiale rappresentava una festa: di solito s’iniziava il
30 novembre, S. Andrea, e si terminava per S. Antonio,
il 17 gennaio. L’aia si affollava di amici e parenti,
che accorrevano per partecipare ad un rito che aveva
inizio all’alba, quando tra urla raccapriccianti il
maiale veniva portato a fatica nel luogo
dell’uccisione. Qui il norcino gli
conficcava
nel cuore il corador, che in dialetto emiliano
indicava un punteruolo, mentre un urlo lacerava il
silenzio dell’alba. Il sangue era messo in paioli, si
raggrumava subito e si mangiava fritto: era il
sanguinaccio. La macellazione era affidata al pchèr,
nome dialettale attribuito in Emilia al norcino, che
doveva essere un macellaio provetto ed avere la fiducia
della famiglia, perché se la pcaria
(macellazione) non era buona, si rovinava il lavoro
fatto per ingrassare il maiale, che a volte raggiungeva
anche i 2 quintali. Dopo essersi messo un lungo
grembiule bianco, sul tavolo della cucina cominciava a
dividere la carne, con la maestria di un chirurgo. In un
grande paiolo sul fuoco, si cuocevano i ciccioli, mentre
in un recipiente con l’aceto si lavavano le budella, che
servivano per fare la salsiccia, i salami, la pancetta,
la coppa. Lo strutto era conservato salato, in otri di
terracotta, ed era usato per friggere; il lardo era
buono anche solo con una fetta di pane fresco; gli
zampetti si mangiavano bolliti e le cotiche in umido con
i fagioli e la cipolla. Il prodotto principale era il
prosciutto che si metteva a stagionare nelle fresche
cantine. Si preparavano anche cotechini e zamponi, che
costituivano una vera leccornia, nei pasti natalizi e di
capodanno. Un proverbio dice che del maiale non si
butta nulla. E’ proprio vero, perché con le setole
si preparavano le spazzole; con il grasso di maiale
unito all’acido muriatico, bollito in acqua, si
formavano i pani di sapone per il bucato.
Proverbi e modi di dire
- Chi alleva un maiale lo rende
grasso; chi vizia un figlio lo rende pazzo
- E' come dare le perle ai maiali: cioè uno spreco
- I porcellini e i figli dei contadini sono belli da
piccolini
- Il maiale che ha il pelo bruciato o ha fame o è
ammalato
- Norcino di sette facce, otto se bisognano
- Porci e figlioli, come li educhi li trovi
- Volete essere felici per tre giorni? Sposatevi!
Volete esser felici per una settimana? Ammazzate il
maiale!
Salsicciaio è l’artigiano che
prepara la salsiccia, termine derivato da sale e ciccia.
Questo alimento ha origine antichissima, fonti storiche
attestano che Cicerone conosceva la lucanica, specialità
introdotta a Roma dalle schiave lucane e di cui fornisce
una ricetta Apicio nel De Re Coquinaria.
Marziale, il poeta gastronomo, la descrive come carne
di maiale tritata e conservata nell’intestino del maiale
stesso. Nel Medio
Ev o
e nell’Età Moderna, soprattutto tra il Trecento e il
Seicento, c’è stato un forte sviluppo dei mestieri
legati alla trasformazione di carni suine. La figura del
salsicciaio compare nelle Arti e Corporazioni modenesi,
unito ai beccai dal 1327 al 1547, anno in cui si ebbe la
divisione fra i due mestieri. Nonostante l’ostilità dei
Beccai (lavoratori della carne fresca, specie di bovini
e ovini) che volevano tenerli in posizione subordinata,
Salsicciai e Lardaroli difesero il loro ruolo
corporativo, ottenendo il riconoscimento legale del
mestiere con gli Statuta Artis Salciciorum et
Lardariolorum Civitatis Mutinae. I salcicciai modenesi
stabilirono che non si lascia fare salcizza alcuno
che non sia stato gargione di salcizzaro per anni tre
continui.
Nel loro Statuto vi erano
capitoli riguardanti chi poteva fare le salsicce, il
modo di farle e di venderle in piazza, le norme
igieniche cui si dovevano attenere. La ricetta antica
della salsiccia prevedeva: carne macinata, zenzero,
zafferano, cannella, chiodi di garofano, sale e pepe.
Era la famosa sulsezza zala, salsiccia gialla,
forse l’unico insaccato estinto, di cui parlano molti
testi, come i trattati del Tanara e i poemi eroicomici
del Tassoni. Le cronache riportano la notizia che il
duca di Modena nel 1565 inviò come dono di nozze ad
Alfonso Este duca di Ferrara 17 chili di salcizzotti
zalli. Questo prodotto ebbe grande fama fino al
1800. (A.Guolo, La salsiccia gialla di Modena).
Proverbi e modi di dire
-
Guai a chi non ammazza il maiale: poi vede e desidera la
salsiccia
- Legare la vigna con le salsicce: vivere
nell'abbondanza
- Ogni cosa ha un fine e la salsiccia ne ha due
- Per San Martino va in cantina e taglia la salsiccia
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