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Da sempre il pane è stato per l’uomo simbolo di vita e
di fecondità, perché racchiude in sé tutti gli elementi
della terra. Dal chicco di grano, che vive la sua storia
prima sotto terra poi ai raggi del sole, alla farina
ottenuta dal grano stesso, lavorata sapientemente dalle
mani dell’uomo, per finire con l’impasto fatto con
l’acqua e cotto al calore del fuoco. Se c’era un tavolo
apparecchiato c’era sicuramente un pezzo di pane, che
nel passato aveva il posto d’onore come cibo per ogni
famiglia.
Costituendo l’elemento fondamentale dell’alimentazione,
era diventato fino a poco tempo fa anche il simbolo
della vita, della riproduzione collegato al principio
del calore del sole e del fuoco.
Ogni massaia, anzi ogni rezdora, conosceva gesti
e ritualità per fare il pane in casa. Le erano state
insegnate dalla madre e dalla nonna e così via in una
catena di generazioni, che tramandavano gelosamente i
segreti per ottenere un pane fragrante e gustoso. In
molte tradizioni popolari è presente il pane e in
altrettanti riti di panificazione si ritrovano elementi
della religione cristiana, dove non è un caso che
proprio il pane rappresenti il corpo di Cristo durante
la celebrazione dell’Eucarestia.
Il ciclo della vita dell’uomo un tempo iniziava e
terminava con riti in cui era sempre presente il pane.
Durante il battesimo di un bambino era usanza che il
padrino portasse in chiesa una cesta di pane fresco, che
voleva simboleggiare la vita appena iniziata. E così
quando moriva un componente della famiglia, la massaia
preparava il pane da offrire ai presenti, perché la vita
deve sempre continuare. A volte se ne metteva una
pagnotta nella bara, perché il defunto potesse mangiare
durante il viaggio verso il cielo, se gli veniva fame.
La fede spesso si mescolava alla superstizione ed ecco
fiorire tante usanze, dove compare sempre il pane.
Buttarlo via viene uguagliato ad un sacrilegio, giacché
per i cristiani esso è letteralmente il corpo di Gesù.
Ogni briciola era accuratamente raccolta; ai ragazzi si
diceva che chi sciupava una briciola di pane sarebbe
stato mandato a ricercarla in Purgatorio con un dito
acceso. Posto a rovescio sulla tavola, porta carestia
oppure prelude a una malattia del capofamiglia e quando
ciò accadeva bisognava invocare Santa Brigida, sua
protettrice. Infatti la sua vita fu molto austera,
spesso in totale povertà. La nobile figlia di Svezia,
vissuta nella metà del 1300, dovette mendicare spesso il
pane quotidiano, mescolata agli altri poveri sugli
scalini delle chiese di Roma.
Una pagnotta trovata bucata è presagio di morte. La
pagnotta lasciata sulla tavola la Vigilia di Natale,
benedetta dalla Madonna e dal Bambino, si sarebbe
conservata fresca per tutto l’anno ed avrebbe avuto il
potere di allontanare le malattie dalla famiglia. Nella
notte della Vigilia, il contadino entrava nella stalla
con un cesto e dava da mangiare ad ogni mucca tre fette
di pane, perché non venissero stregate o colpite da
malattie. La morte di una mucca significava una grande
disgrazia, venendo a mancare abbondante quantità di
latte giornaliero ed un patrimonio su cui contare.
La mattina di Natale la rezdora sbriciolava un
po’ del pane benedetto, per darlo ai primi pulcini nati,
che così sarebbero cresciuti forti e sani. Nello
sparecchiare, la tovaglia veniva presa per i quattro
angoli, in modo che non cadessero le briciole, ed era
portata dalla massaia in un punto del campo dove
andavano a beccare le galline. Se avessero mangiato
quelle briciole benedette, non sarebbero più andate in
altri campi a devastare il seminato. E ancora nelle
nostre frazioni a mezzogiorno della Vigilia, prima del
pranzo, si mettevano in tavola il pane, un po’di
frumento, una noce e il ginepro. La sera alle galline
era dato da mangiare il frumento, alle bestie della
stalla i pezzi di pane rimasto, al maiale la noce,
mentre il ramo di ginepro veniva appeso alle travi della
stalla. Al lievito del pane impastato la sera della
Vigilia si attribuivano poteri miracolosi. Le donne
preparavano l’ alvadur, che poi conservavano
avvolto in farina. Si sarebbe usato solo in casi di
particolare necessità: ad una mucca che doveva partorire
veniva dato un beverone di farina e crusca con un po’ di
quel lievito, che avrebbe favorito il parto.

Un tempo esisteva il corredo del pane che la
sposa portava in dote e che orgogliosamente
all’occorrenza sfoggiava. La madia, il mobile in cui
sulla parte superiore si impastava il pane; si poteva
aprire, sollevando il coperchio verso l'alto, e nei
robusti piani sottostanti c’era lo spazio per conservare
il pane per otto o dieci giorni. I cestini da pane, di
paglia di frumento lavorata, infiocchettati con
filamenti variopinti, tanto belli che durante gli
intervalli tra una panificazione e l’altra, si
appendevano in cucina.
Dopo il parto, la puerpera doveva rispettare la
quarantena, durante la quale aveva diritto di cibarsi
con pane bianco, un pane di lusso allora in campagna e
per le classi meno agiate. Alla fine del periodo si
recava in chiesa per essere purificata.
La paneda, pane secco, ammorbidito nell’acqua
bollente con sale, aglio, olio e rosmarino, era invece
adatta per le persone anziane, quasi sempre senza denti,
con grande difficoltà nella masticazione.
Il pane, dopo il latte, era il principale alimento dei
bambini: il biason era il pane masticato dalla
madre, perché fosse più digeribile. Quando un bambino
piccolo era molto gracile e senza appetito, per
invogliarlo a nutrirsi, la madre recitava questa
filastrocca:
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In mano, la madre teneva una pagnotta ed un pezzetto
l’offriva al piccolo, mentre un altro lo mangiava lei.
Il gioco continuava finchè il bambino non si stancava
“A la sira l’è usanza d’en spazé mai in cusina o in
sela perché l’è sempre sta dèt che porta miseria” (
La sera, vi è l’usanza di non spazzare mai in cucina o
in sala perché è sempre stato detto che porta miseria).
Si poteva spazzare il pavimento solo la mattina, così le
briciole sarebbero state mangiate dagli uccellini nel
cortile. Infatti non si usava una paletta, ma si scopava
buttando le briciole direttamente dalla porta. Le
briciole di pane, se fossero state scopate di sera,
avrebbero attirato i topi, che diventando grassi e
moltiplicandosi avrebbero danneggiato il granaio, dove
si conservava il grano, o il fienile, dove si teneva il
frumento prima di essere trebbiato. Quando si spazzava
con la graneda, la scopa di saggina, ruvida e
dura, non si potevano scopare i piedi ad un giovane o ad
una giovane, perché portava sfortuna: non si sarebbero
mai sposati. In sela, nella sala da pranzo, si
andava a mangiare solo nelle grandi occasioni o
festività: Natale, Pasqua o di domenica, se c’erano
ospiti
Una
volta e pèn (il pane) non si faceva tutti i
giorni, perché la sua preparazione era lunga e faticosa,
un vero e proprio rito a cui partecipava tutta la
famiglia, dalle fasi iniziali alla cottura finale.
Poiché l’economia famigliare si fondava
sull’autosufficienza alimentare, anche la farina non si
acquistava, se non in casi eccezionali, ma proveniva dal
proprio grano, fatto macinare al mulino. Non era certo
come quella che oggi abbiamo a disposizione, era meno
raffinata per cui era necessario separarla dalla crusca.
Questo lavoro spettava di solito alla donna, che una
volta terminata l’operazione, metteva la farina nella
madia o panèra.
L’elemento fondamentale per una buona riuscita del pane
era il lievito. Non lo si comperava, ma lo si conservava
di volta in volta, da una palla di pasta di pane crudo,
acida, alvadur. Su di essa la massaia incideva
con la punta di un coltello una croce, come simbolo
propiziatorio, e la teneva in un luogo fresco, di solito
la cantina. Il lievito veniva fatto sciogliere in un
poco di acqua tiepida e poi unito alla farina,
precedentemente messa sulla madia. Anche al nuovo
impasto veniva fatta una croce e si ripeteva ancora
l’antico rito di benedire il pane, unica fonte di
sostentamento della famiglia. In alcuni luoghi la donna
diceva anche una frase propiziatoria “Dio at bendèssa
e et possa carpèr” (Dio ti benedica, che tu possa
crepare, cioè lievitare). La frase nel corso degli anni
ha acquistato anche un tono scherzoso, riferito ad
amici.
Il nuovo impasto veniva lasciato nella madia a riposare
per un’intera nottata, affinché potesse lievitare. La
mattina successiva la massaia si alzava molto presto,
perché l’avrebbe attesa una dura giornata di lavoro.
Andava a controllare il risultato della lievitazione e,
se era riuscita bene, prelevava dall’impasto una palla
di pasta, su cui incideva una nuova croce, da portare in
cantina, come lievito per la successiva panificazione.
Tutta la famiglia faceva il pane insieme, infatti
occorrevano molte persone, anche gli uomini, per
amalgamare con acqua e sale l’impasto lievitato. Era una
fase di lavoro dura e faticosa, perché la massa di pasta
era grossa e bisognava lavorarla molto bene, per
ottenere un composto uniforme. In alcune famiglie c’era
anche una macchina la gràmla (la gramola), che
serviva per battere l’impasto e renderlo ancora più
morbido e liscio. A questo punto le donne davano forma
alle varie pagnotte.
La cottura avveniva nel forno, che era stato
precedentemente riscaldato con pezzi di legna. Si
spostavano le braci e la cenere, per mettere le
pagnotte, e si chiudeva subito lo sportello. Lo si
sigillava con lo sterco delle mucche, perché non uscisse
il calore dalle fessure rimaste e con la pala si faceva
in aria una croce, perché ancora una volta la cottura
avvenisse bene. |