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Pani e dolci natalizi di Franca Ascari Scanabissi e Liliana Benatti Spennato |
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Il Natale è festa grande, la più importante dell’anno, e
il pranzo non può che esserne la massima
rappresentazione. Il poeta tedesco Goethe nel suo
“Viaggio in Italia “(1787) racconta : “…specialmente
le feste di Natale sono giorni famosi per le
scorpacciate. Sono giorni di cuccagna universale”.
Il convivio di Natale, dedicato originariamente alle cerimonie propiziatorie dell’anno in arrivo, impone per antica tradizione l’impiego del pane, cibo nel quale si manifesta la presenza del binomio eucaristico. Il pane è simbolo della vita eterna e della fertilità della terra. Diceva Gesù: “…io sono il pane della vita chi viene da me non avrà più fame”. Il nome Bethleme, città dove il Bambino nacque, vuol dire in ebraico casa del pane. A Natale il pane doveva essere speciale per sostanza e forma. Più ricco, più grande e più alto, con il quale potersi nutrire fino all’Epifania. Anticamente era il miele a costituire l’offerta dolce per eccellenza, perché si riteneva propiziasse la dolcezza del nuovo anno. I dolci originari delle nostre festività, quelli che uscivano dalla cucina delle dimore povere, erano poco più che pani. Col passare dei tempi si impreziosirono e quando, intorno al 1300, vennero di moda le spezie, si mescolarono assieme alla farina e agli altri ingredienti, anche pepe, zenzero, garofano, cannella. Ecco nascere il panforte (o pan speziale) senese, ma anche il pan dolce, il panone, il pan d'oro , il panettone milanese. Questo dolce, simbolo delle feste natalizie, ha un'origine assai divertente. Si dice che sia stato inventato alla fine del XIX secolo a Milano in seguito a un episodio davvero curioso. C’era una volta un panettiere, Toni, che s’innamorò follemente di una contadina. Lucia, che andava al paese tutte le mattine per vendere le uova. Toni aspettava il suo arrivo con ansia ed entusiasmo, ma quando la vedeva, tanto erano forti i sentimenti che provava per lei, che non sapeva mai cosa dire e rimaneva muto come un pesce. Finalmente, Toni ebbe una brillante
idea: decise di preparare un dolce speciale per Lucia,
non un dolce qualsiasi, bensì un dolce mai preparato
prima di allora! Il giovane pasticcere prese delle uova,
burro e frutta candita e formò una pasta soffice e
profumata. Era tanto emozionato per l’amore che provava
per Lucia, che involontariamente mise una grande
quantità di lievito nell’impasto. Il risultato?... Tolse
dal forno un pane alto, alto, alto… per l’esagerata
lievitazione…e morbidissimo! Non tutto il male viene per
nuocere: l’errore di Toni portò alla scoperta di un
dolce davvero gustoso. Infatti, quando presentò il suo
pandolce a Lucia, rimasero sorpresi entrambi. Toni si
rese conto dello sbaglio troppo tardi. Lucia, volle
subito assaggiarlo e trovò che era squisito. Gli fece
moltissimi complimenti, mentre lo mangiava.
Improvvisamente Toni riuscì a parlare e subito chiese a
Lucia di sposarlo. Vissero felici, contenti e anche
ricchi, poiché decisero di vendere l’invenzione di Toni
battezzandola il Panettone cioè, il Pan de
Toni. Le
origini del pandoro non sono certe. C’è chi le fa
risalire ai pasticcieri della Casa Reale di Vienna, che
prepararono un pandoro, rifacendosi al pane di
Vienna, una variante della pasta brioche francese.
Altri sostengono, invece, che sia originario della
Repubblica Veneta del Rinascimento, quando le ricche
famiglie patrizie consumavano un dolce chiamato pan
de oro ricoperto di sottili foglie di oro zecchino.
Le fonti più certe sembrano quelle che lo riconducono al
Nadalin, un dolce a forma di stella, che per
tradizione alla fine dell’Ottocento le famiglie veronesi
preparavano a Natale. Il dolce tipico di Ferrara per il Natale è il panpepato, ha origini nel 1600 nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, su ispirazione di una ricetta del cuoco rinascimentale Cristoforo da Messisbugo. Si tratta di un dolce a forma di zuccotto preparato con mandorle, nocciole, canditi, spezie, cacao, ricoperto da cioccolato fondente. Il nome deriva da una contrazione di Pan del Papa che divenne nel tempo Panpapato e successivamente Panpepato. A Bologna e in tutta la sua provincia, il panone è il dolce delle feste natalizie insieme al certosino. Il panone ha origini antiche legate al territorio: è fatto di materie prime tipiche del luogo, come la mostarda di Bologna, i fichi, il miele e deriva dalla cucina tradizionale contadina. E’ una ricca torta lievitata a base di farina, mostarda di mele cotogne, miele, cacao, cioccolata fondente e fichi secchi, che va impastata lentamente e lasciata riposare per lungo tempo per favorire la lievitazione della pasta, che è molto pesante. Alla fine viene completata con una farcitura di canditi, cioccolato e frutta secca. Il certosino è un tipico dolce natalizio con mandorle, pinoli, cioccolato fondente e canditi. È detto anche panspeziale e, in dialetto, zertuséin o panspzièl. La ricetta è molto antica e risale al Medioevo quando era prodotto dai farmacisti o speziali. In seguito furono i frati della Certosa, oggi cimitero di Bologna, che cominciarono a preparare il panspeziale. Lo fecero così bene che il dolce cambiò nome, prendendo quello della confraternita. La
Spongata, detta anche spungata, è
considerato un dolce tipicamente natalizio, esclusivo
delle zone di Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Modena.
E’ una deliziosa torta di pasta sfoglia, farcita con un
ripieno di frutta secca e miele ed il cui sapore sa di
spezie. La Spongata pare abbia origini assai antiche;
secondo alcuni gli inventori furono gli ebrei. E’
documentata la sua esistenza già nel XV secolo, quando
fu donata al duca Francesco Sforza di Milano dal
Referendario Generale di Parma, per ingraziarsi la sua
benevolenza e la sua simpatia. Il nome Spongata, sembra
derivi da spongia, ovvero spugna, in quanto la
parte esterna della torta si presenta piuttosto
irregolare e bucherellata, proprio come le spugne.Come i dolci pasquali preferiscono espandersi in orizzontale, quelli natalizi amano di solito salire verso l’alto. Alcuni di questi erano realizzati dagli speziali, che detenevano le droghe e l’arte di usarle, altri da monaci e monache, altri ancora dai cuochi delle corti. I pani speciali, creati per santificare le feste, offerti in chiesa o in famiglia, venivano preparati in casa con cura. Sulla cima di ciascun impasto, la brava massaia tracciava con l’anello nuziale un solco a forma di croce, sia in segno di devozione che per favorirne la lievitazione, pronunciando contemporaneamente la formula di rito:” pane cresci, fa ciò che Dio ti ordinò, diventa alto come una montagna, saporito come una castagna”. In Toscana, a Natale, il capofamiglia nel dar fuoco al ceppo collocato nel camino della cucina, pronunciava le parole: “si rallegri il ceppo, nel giorno del pane, ogni grazia di Dio entri in questa casa”. |
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Pane di Natale tipico di Modena |
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Nelle
famiglie contadine emiliane, un tempo si preparavano
anche alcuni pani particolari. |
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I Pani di S. Biagio |
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San Biagio, vescovo armeno vissuto nel IV secolo, è venerato come il protettore della gola; la sua festa, che cade il 3 febbraio, è sempre stata un’ottima occasione per fare scorpacciate di cose buone. Un tempo i bambini aspettavano con ansia questo giorno per ricevere “i panetti dolci” che gustavano avidamente. In molte parti del nostro paese si preparano ancora i pani di San Biagio, che vengono portati in chiesa e fatti benedire, per poi essere conservati tutto l’anno. Un pezzetto di pane benedetto in una minestra calda allontana il mal di gola, consiglia la medicina popolare. In provincia di Chieti le panicelle hanno la forma della mano del santo, e spesso vengono decorate con uno stampo che riproduce Biagio mentre compie il miracolo di togliere dalla gola di un bambino una grossa spina. |