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Le piante fatate
di Franca Ascari Scanabissi
e Liliana Benatti Spennato |
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Fin dall’antichità gli
uomini hanno attribuito ad alcune piante proprietà
magiche o le hanno associate ad esseri fatati, cercando
così di dare una spiegazione a fenomeni naturali o di
trovare un rimedio a malanni e disgrazie. La magia delle
piante è la più antica ed allo stesso tempo la più
accessibile, in quanto i suoi poteri crescono
naturalmente intorno a noi. All’origine il “Giardino”
aveva un significato magico e religioso: era la
realizzazione di un’aspirazione dell’uomo, che si
concretizzava in quello che veniva chiamato ”locus
amoenus” cioè luogo di piacere, ricco di meraviglie ed
abitato dagli dei. Tutte le religioni infatti hanno
avuto il loro mitico giardino: basti pensare all’Eden
degli Ebrei, all’Eridu degli Assiri, all’Ida-Varsha
degli Indù ed ai boschi sacri dei Druidi. Ippocrate
asseriva che “il numero sette, per le sue virtù
occulte, tende a realizzare tutte le cose; è il
dispensatore di vita e fa parte di tutti i cambiamenti,
come la luna che cambia ogni sette giorni”. Nel
tardo Cinquecento, rifacendosi probabilmente ad
Ippocrate, si riteneva che il Giardino” dovesse
contenere 7 piante perenni o un multiplo di 7. La magia
delle settima pianta risale forse alla mistica dei
numeri, che identifica nel 7 il numero completo, perché
è formato dal 4, che simboleggia la materia, e dal 3,
che rappresenta lo spirito e quindi corrisponde alla
somma magica dei due elementi. La magia del 7 e la magia
della luna s’incrociano inevitabilmente.
Esiodo in “Le opere e i
giorni” raccomandava di mettere a dimora le piante e di
seminare i fiori al settimo giorno della luna crescente,
perché si riteneva che tale dato fosse magico. Erodoto
aggiunge che: soprattutto i giardinieri ed i medici
devono tener conto della luna, perché la dea madre
incide maggiormente sulle creature più delicate.
Tutte le popolazioni del
mondo hanno sempre creduto che gli alberi avessero
un’anima. Alcuni tipi di elfi e fate nascono dalle
piante; vivono e muoiono con i loro alberi. Callimaco
racconta la seguente storia: i Pelasgi avevano un
bellissimo bosco, fitto e ombroso, consacrato a Demetra.
Abeti, olmi, peri, peschi, frassini, pioppi e querce
contribuivano a renderlo lussureggiante, Erysichthon,
ricco personaggio locale, era stato abbandonato dallo
spirito guardiano della sua casa (ed anche, ovviamente,
dalle sue facoltà mentali), e decise pertanto di
assumere venti schiavi per far abbattere il bosco.
Questi iniziarono buttando giù un pioppo altissimo e
speciale sotto il quale le ninfe erano solite danzare a
mezzogiorno. Il pioppo cadde con uno scricchiolio ed una
delle ninfe uscì dal cerchio, divenne pallida e morì, le
altre gridarono, e la ninfa della quercia cominciò a
rabbrividire, sapendo che sarebbe stata la prossima. Fu
la stessa Demetra a venirle in soccorso: con il suo
aspetto furibondo e terribile terrorizzò gli schiavi,
che fuggirono lasciando le scuri conficcate nella
quercia, e li colpì con la maledizione di una carestia
permanente.
La tradizione popolare ha collegato alcune piante,
come il noce, il nocciolo, il sambuco, la quercia, il
salice, il tasso, il timo… alla magia ed ha tramandato
fino a noi leggende e rituali che cercavano di insegnare
all’uomo come proteggersi dai malefici, che incautamente
avrebbero potuto colpirlo, se non si fosse comportato
con rispetto di fronte alle piante fatate. Anche noi
vogliamo rispettare la simbologia del numero 7 e
parleremo pertanto di 7 piante magiche. |
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Il noce |
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Nell’antichità era
legato a divinità femminili, come Diana. Anche nella
cultura medievale permane tale associazione, in
particolare viene abbinato alla figura delle streghe,
come narrato nella leggenda del noce di Benevento. Si
racconta che nella notte di S. Giovanni, le streghe
volassero a migliaia nel cielo per recarsi al Gran
Sabba che si teneva appunto sotto quel noce. Se si vuole
riconoscere una strega, ecco un metodo antico: rompere
una noce divisa in tre parti e metterla sotto la sedia
di una presunta fattucchiera, che non riuscirà più a
staccarsi, svelando così la sua vera identità. Il legame
di questo albero con il mondo infernale si ritrova anche
nella tradizione popolare che sconsiglia di riposarsi o
di
dormire
all’ombra di un noce, perché ci si potrebbe svegliare
con mal di testa o febbre. La scienza ha confermato che
l’albero trasuda dalle sue foglie la Juglandina, una
sostanza in grado di provocare la morte delle piante
che crescono nelle vicinanze e anche qualche fastidio
all’uomo. D’altra parte il frutto del noce è invece
simbolo di rigenerazione. Anticamente era consacrato a
Giove, come ricorda il nome nux juglans o juglans regia,
ghianda di Giove. Il gheriglio ha una forma che evoca
simbolicamente la morfologia del nostro cervello.
Secondo un mito greco furono proprio le noci a nutrire i
primi uomini, in realtà è un frutto assai nutriente e
gustoso, anche per insaporire primi piatti e dolci.
Forse non tutti sanno che il nocino oltre ad essere un
liquore preparato con il mallo delle noci è anche un
antico gioco. Consiste nel fare per terra piccole
montagne di noci che debbono essere abbattute con il
lancio di un’altra noce da parte dei partecipanti. Vince
chi riesce ad abbattere più noci. |
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Il nocciolo |
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E’ una pianta comune in natura come nel regno della
fantasia, non solo perché le Fate ricavano le loro
bacchette
magiche dal suo legno, ma anche perché era usato dalle
streghe per costruire i manici delle loro straordinarie
scope volanti. La rotondità delle nocciole offre lo
spunto per associare il suo simbolismo con quello
lunare. Anche in “Giulietta e Romeo”, Mercuzio così
descrive la carrozza della regina Mab, la levatrice
delle Fate: Il suo cocchio è un guscio di nocciola
lavorato dal falegname scoiattolo o dal vecchio Jemme,
da tempo immemorabile carrozzieri delle Fate.
Nella favola di Cenerentola si narra che la fanciulla
domandò al padre, che stava recandosi alla fiera, non
vestiti o perle o gemme, ma il primo rametto che vi
urta il cappello sulla via del ritorno. Lo piantò
sulla tomba della madre e lo curò con amore. Quando la
fanciulla decise di partecipare alla festa, che il re
aveva preparato per il figlio, affinché scegliesse la
sua sposa, si recò sotto il nocciolo e disse: |
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Piantina, scuotiti,
scrollati,
d’oro e d’argento coprimi.
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Un uccellino bianco le
gettò un abito d’oro e d’argento e scarpine d’oro per le
tre serate. Il finale lo conosciamo tutti…
I Romani chiamavano il nocciolo abellana dal
nome della città di Abella, vicino ad Avella, in
provincia di Avellino. I pastori abruzzesi ricavavano i
loro bastoni dal nocciolo, detto anche avellana, come ci
ricorda il poeta Gabriele d’Annunzio:Rinnovato hanno
verga d’avellano.
Anche i rabdomanti usano legni biforcuti di nocciolo per
trovare le falde acquifere sotterranee.
Una leggenda cristiana racconta che un giorno Gesù
Bambino si era addormentato nella culla e la Madonna
decise di andare nel bosco a raccogliere fragole. Ne
trovò molte, ma non appena si chinò per prenderle, una
vipera uscì dall’erba e scappò. Trovò rifugio dietro un
cespuglio di nocciolo, dove rimase fino a quando la
vipera non si ritirò nella sua tana. La Madonna allora
disse:- Come oggi la pianta di nocciolo è stata un
rifugio per me, così lo sarà per tutti gli uomini in
futuro- Per tale motivo si dice che un ramo di nocciolo
è la difesa più sicura contro serpi e vipere. |
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Il sambuco |
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La sua storia è vecchia
quanto l’uomo, al tempo delle pietre esisteva già. Da
scritti antichi si legge che il nome del sambuco
derivava da uno strumento musicale triangolare a corde
che usavano gli antichi Romani e Greci, la Sambuca.
Nella storia del Celti si racconta che nel sambuco
dimorasse una fata dai lunghi capelli d’oro dal nome
Holda; con lei, nascosti tra i cespugli, c’erano solo
gli Elfi. A quei te mpi,
non c’era contadino che dinanzi a questo sacro arbusto
non si inchinasse. Per sette volte egli si prostrava,
perché sette erano i suoi doni. In sette parti il
sambuco donava se stesso per il bene della povera gente:
la resina, per placare il dolore delle lussazioni; il
decotto di radice per la gotta; la corteccia era un
riequilibrante intestinale e serviva anche per cistiti e
orzaioli; le foglie curavano la pelle, i frutti le
bronchiti ed i mali invernali; l’infuso di fiori
depurava e dai germogli si otteneva un potente decotto
che calmava le nevralgie.
Un tempo il sambuco era molto diffuso in montagna, si
credeva che proteggesse il bestiame e i contadini da
malattie e serpenti velenosi. A valle, nelle case
benestanti, il legno serviva a tener lontano i ladri. Un
detto contadino dice di non bruciare mai il sambuco,
perché porta male e le sue ceneri aprono al diavolo la
porta di casa. Un tempo si raccomandava di non tenere
mai i bambini in una culla di sambuco perché le Fate li
avrebbero fatti diventare blu e neri a forza di
pizzicotti. Anche i suoi fiori hanno del magico: basti
ricordare che è sufficiente guardare l’infiorescenza per
capire se ci sarà siccità. |
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La quercia |
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E’
la vera regina del bosco e la pianta con il maggior
valore simbolico. E’ stata considerata la dimora di
divinità come Zeus o Giove. Il suo legno pare essere
indistruttibile tanto che flotte navali lo utilizzavano
per fabbricare le grandi navi. Dai suoi frutti, le
ghiande, chiamate anche “frutti dell’eternità”, un tempo
si ricavava una farina commestibile adatta a molti usi.
Personaggi storici la scelsero come emblema araldico,
sia per la sua forma maestosa che per il simbolo di
potenza che rappresentava. Nella mitologia, le querce
avevano un privilegio rispetto agli altri alberi:
ospitavano non una, ma due specie di ninfe greche: le
Driadi e le Amadriadi, anime degli alberi antesignane
delle Fate. Il loro antico nome, deriva da Dryas, che
significava quercia. Le Driadi potevano abbandonare
l’albero se fosse stato abbattuto, per questo era
proibito tagliare una quercia senza aver consultato gli
oracoli dei sacerdoti. Le Amadriadi risiedevano
direttamente dentro l’albero, e la loro sorte dipendeva
da questo. Le vecchie querce diventavano per gli Elfi
del popolo delle fate, le loro catapecchie. |
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Timo |
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Filicoro di Atene
racconta che il timo serviva ad alimentare la fiamma dei
sacrifici agli dei; infatti il suo nome deriva dal
greco thymon, a sua volta dal verbo thymiao , cioè
ardo come profumo. Nei tempi antichi il suo
aroma, forse perché tanto intenso e vigoroso, era
ritenuto capace di infondere coraggio, quindi i soldati
tonificavano il corpo lavandolo con acqua di timo e
rinvigorivano l’animo bevendo tisane di timo. Gli
antichi
Egizi lo utilizzavano nel processo di imbalsamazione. I
Greci lo usavano per fare delle fumigazioni contro le
malattie infettive. I filosofi romani bevevano un infuso
di questa pianta per stimolare le attività cerebrali.
Le leggende narrano che, grazie al suo profumo, il fiore
del timo sia il preferito dalle fate. Si favoleggia che
per riuscire ad incontrarle si deve preparare un infuso
con le sue infiorescenze, ma si deve farlo in luoghi
aperti, perché è pericoloso e funesto portare i fiori in
casa. In realtà il fiore è molto ricercato dalle api e
per questo è simbolo di operosità e diligenza.
Nel Rinascimento era usato cotto nel vino per curare gli
asmatici e guarire dagli avvelenamenti.
In alcune zone viene chiamato Erba di Santa Maria in
riferimento alla leggenda in cui si narra di Maria che
durante la fuga in Egitto, si riposa appoggiandosi
proprio ad un cespuglio di timo. |
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Salice |
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E’ da sempre un albero
associato al mito lunare, perché predilige l’acqua. Non
a caso per il calendario celtico degli alberi, il
Salice era il quinto mese e 5 era il numero sacro della
grande madre. Tutto il popolo celtico amava
particolarmente questo albero a cui venivano offerte
anche vittime sacrificali. Serviva inoltre, insieme con
altre
piante,
a trarre divinazioni per mezzo della recitazione con le
punta della mano. Il pollice era dedicato alla Betulla,
l' indice al Sorbo selvatico, il dito medio al Frassino,
l’anulare all' Ontano, e il mignolo al Salice.
Il suo stretto legame con la luna, lo ha designato nel
Medioevo come l’albero degli incantesimi, prediletto
dalle streghe. Vi è un detto adatto ai nottambuli: Se
vagate a tarda ora, t’abbomina la Quercia, l'Olmo
s'addolora e il Salice cammina alle vostre spalle.
Sembra infatti che di notte i salici strappino dalla
terra le proprie radici e si mettano a camminare furtivi
alle spalle dei viandanti. Una
leggenda di origine polacca racconta che una gatta era
disperata perchè i suoi gattini erano stati appena
buttati dal padrone nel fiume. I salici, affacciati
sulla sponda, impietositi dai continui lamenti della
gatta, tesero i loro rami sul fiume e così i gattini vi
si aggrapparono e si salvarono. Da quel giorno gli
alberi di salice non fioriscono più ma si ricoprono di
una morbida infiorescenza bianca in ricordo dei gattini
salvati. Tali infiorescenze ancora oggi vengono chiamate
proprio gattini.
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Tasso |
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Il
tasso è un albero le cui sostanze, ricavate da tutte le
parti della pianta, entrano tra gli ingredienti delle
pozioni stregate. Infatti contiene, un alcaloide, la
tassina, ritenuta velenosa e mortale se usata
impropriamente. Nel Medioevo, si favoleggiava che la dea
Lunare Ecate apparisse a streghe e maghi con torce di
tasso in mano. L'eco antica di questa credenza traspare
anche nel Macbeth di Shakespeare: le tre streghe
utilizzavano rametti di tasso, reciso all’eclissi di
luna, per preparare la pozione magica. Per i Druidi,
antichi sacerdoti dei Celti, il tasso era considerato un
albero sacro per eccellenza, tanto che di tale legno
erano fatti i loro bastoni. Oggi piantato nei cimiteri e
considerato albero della morte. Venne utilizzato da
sempre come legno utile a fabbricare gli archi per il
lancio delle frecce, per la sua particolare
flessibilità, come c’insegna Robin Hood dalla foresta
di Sherwood. Con la sostanza ricavata dai semi, venivano
impregnate le frecce mortali, ed il colore rosso del
legno si presta bene a farsi rispettare. |