La magica notte di San Giovanni (tradizioni)   di Franca Ascari Scanabissi e Liliana Benatti Spennato

Il solstizio d’estate cade il 21 giugno, ma fino al 24 il sole sembra fermarsi, sorgendo e tramontando nello stesso punto. Il 24 giugno nel calendario liturgico si celebra San Giovanni Battista e la “notte” rientra nelle celebrazioni solstiziali. In occasione della sua festa, secondo un’antica credenza, il sole (fuoco) si sposa con la luna (acqua): da qui i riti e gli usi dei falò e della rugiada, presenti nella tradizione popolare. I contadini, sui dossi o sulle colline, accendevano grandi falò in onore del sole. Con le fiamme venivano incendiate delle ruote di fascine, che erano fatte cadere lungo i pendii, accompagnate da grida e canti. I fuochi avevano anche una funzione purificatrice: per questo si gettavano cose vecchie o marce, perchè il fumo tenesse lontani spiriti maligni e streghe. Si faceva passare il bestiame tra il fumo, per togliere le malattie e proteggerlo dal malocchio. Chi saltava il fuoco era sicuro di non dover soffrire mal di reni per tutto l’anno. Gettando erbe particolari, come la verbena, nel fuoco si allontanava la malasorte. La mattina del 24 Giugno le persone giravano tre volte intorno alla cenere e se la passavano sui capelli o sul corpo, per scacciare i mali.
Nel corso del tempo c’è stato un mescolarsi di tradizioni pagane e cristiane, che hanno dato origine a credenze e riti in uso ancora oggi e diffusi soprattutto nelle aree rurali.
La rugiada che cade in questa notte ha virtù straordinari. Scende sulle cose, sugli uomini, sulle piante e sulle erbe, sugli animali... Insieme all’acqua, ha il potere di curare, di purificare e di fecondare. Si crede che la prima acqua attinta la mattina del 24 mantenga la vista buona. Un proverbio popolare recita: “ La guaz ad San Zvan la guaress ogni malan” ( La rugiada di San Giovanni guarisce ogni malanno). In campagna, ci si avvicinava all’erba, si bagnavano gli occhi con la rugiada, facendo il segno della croce e recitando una preghiera. In molte case rurali si aprivano i cassetti di credenze, comò, armadi e bauli e si spalancavano le finestre perché la guazza, di primo mattino, purificasse tutto.
Le erbe raccolte durante la notte si dice che siano in grado di tenere lontane le malattie e gli spiriti maligni. Le più note sono: l'iperico detto anche “erba di S. Giovanni” o “ cacciadiavoli”; l'artemisia; la verbena con funzione protettiva e il ribes rosso contro i malefici. Erano anche raccolte piante officinali: vischio, sambuco, aglio, cipolla, lavanda, mentuccia, biancospino, corbezzolo, ruta e rosmarino.
Per ottenere "l’acqua di San Giovanni" si mettevano foglie e fiori in una bacinella colma d'acqua che si lasciava per tutta la notte fuori casa. Alla mattina le donne si lavavano il viso per diventare più belle e preservarsi dalle malattie, specialmente quelle che colpivano gli occhi.
Vi erano erbe considerate “cacciadiavoli e cacciastreghe” per le loro proprietà. Si diceva che proprio in quella notte le streghe volassero nei cieli per raggiungere il “sabba”. Per difendersi da queste creature, che potevano penetrare nelle case, si intrecciavano dietro le finestre e le porte rami di rosmarino, ginepro, olivo benedetto; oppure si metteva un barattolo con sale o una scopa di saggina. Si credeva, infatti, che le streghe dovessero contare tutti i granelli di sale o i fili di saggina, però non riuscivano mai a finire prima della mezzanotte, quando dovevano sparire, perché iniziava il giorno dedicato al Santo. Gli anziani ricordano che alle prime luci del 24 giugno, chi possedeva alberi di noce, li doveva avvolgere con una corda di spighe di orzo ed avena per ottenere frutti abbondanti. Era usanza portare con sè un mazzetto di erba di S. Giovanni, per scongiurare i malanni. Raccogliere 24 spighe di grano e conservarle gelosamente tutto l'anno, serviva come amuleto contro le sventure.
In questa magica notte le divinazioni avevano un potere altamente profetico, in particolare per le ragazze da marito, desiderose di conoscere il futuro. Notte di divinazione perché dice il proverbio che “San Giovanni non tollera inganni”. Ne abbiamo raccolte alcune:
  - sedersi a mezzanotte in un bosco, nei pressi di un quadrivio. A quell’ora si vedrà passare un fantasma con la faccia del futuro marito
  - sciogliere del piombo o della cera nell’acqua dove è contenuta qualche goccia di rugiada... la forma ottenuta è utilizzata per prevedere il mestiere del futuro sposo
  - rompere un uovo di gallina bianca e versarne l’albume in un bicchiere, che verrà messo sulla finestra e lasciato esposto tutta la notte alla rugiada. Il mattino successivo, all’alba, si osserveranno le forme composte dall’albume nell’acqua per fare auspici sul futuro matrimonio
  - prendere tre fave: una intera, una sbucciata e la terza rotta nella parte superiore e metterle sotto il cuscino prima di andare a dormire. Durante la notte se ne doveva prendere una a caso: quella intera indicava buona sorte e ricchezza, la mezza poca sorte e quella sbucciata, cattivo auspicio.
La notte di San Giovanni è speciale per raccogliere i frutti del noce. Le massaie, a mezzanotte, prendevano le noci dal mallo ancora verde, per preparare il nocino, un liquore che offriva “protezione e rimedio nei momenti difficili della vita”. Le origini sono incerte. Alcuni documenti romani riportano che i Picti, cioè i Britanni, si radunassero nella notte di mezza estate e bevessero da uno stesso calice uno scuro liquore di noce. Secondo altre fonti tra i Francesi c’era l’uso di bere un “liqueur de brou de noix” o ratafià di mallo. Probabilmente dalla Francia giunse in Italia, diffondendosi prima nella zona del Sassello (Piemonte) e poi nel Modenese.
  La ricetta tipica del nocino modenese ha come ingredienti: 30 noci con il mallo ancora verde, 750 g di zucchero, 2 g di cannella, 10 chiodi di garofano, 10 chicchi di caffè, scorza di un limone, 1 litro e mezzo di alcool a 95°, 400 g di acqua. Dopo avere tagliato le noci in 4 parti, si uniscono agli altri ingredienti in un vaso di vetro. Si espone al sole per 50 giorni, agitando spesso; infine si filtra e si imbottiglia. Si possono preparare altri tipi di nocino, come quello alla ruta o il secondo nocino, preparato con le noci già usate per l’infuso del primo nocino, con l’aggiunta di 2 litri di vino bianco secco o vermouth. Alcuni mangiano le noci, che essendo state per due volte in infusione risultano molto forti.

 di Franca Ascari Scanabissi e Liliana Benatti Spennato