La neve e il mestiere dello spalatore                            di Franca Ascari Scanabissi  e Liliana Benatti Spennato  

“Vien la neve  mio bambino ,
perche' il freddo e' già  vicino .
Bianchi fiocchi   arriveranno
e dal ciel  si butteranno…”

( filastrocca popolare)

Un paesaggio innevato è un’immagine che sicuramente ognuno di noi conserva nella memoria: sotto la bianca coltre, tutto cambia aspetto. La neve, che scende lieve, ricopre ogni cosa con un sottile velo di bambagia e trasforma la realtà  in un mondo ovattato, dove i suoni e i rumori  della vita di tutti i giorni si dissolvono come per magia. I prati bianchi si confondono con la linea dell’orizzonte e non si capisce dove finisce la terra ed incomincia il cielo. Quando il freddo è molto intenso, la neve gela e forma meravigliose sculture di ghiaccio, ricama disegni su rami ed alberi, crea capolavori nelle fontane e fa scendere ghiaccioli come stalattiti, dai tetti delle case.
Un fiocco di neve è un piccolo grande capolavoro della natura, è formato da “cristalli”dalla forma così perfetta e mutevole, che hanno attirato l’attenzione di scienziati e studiosi. Keplero e Cartesio, nel 1600 furono i primi a studiarli. Nel 1665 il fisico inglese Hooke pubblicò un volume  “Micrografia”, contenente disegni di piccoli oggetti e di particolari, tra cui vari tipi di cristalli di neve, osservati con il microscopio, da poco inventato. Nel 1931 i microfotografi americani W. A. Bentley e W.J. Humphreye diedero alle stampe un famoso volume “Snow Crystals” contenente 2000 immagini di cristalli; sempre negli anni 30’ il fisico nucleare giapponese Ukichiro Nakaya fece approfonditi studi sulla loro natura.  Se ne evidenziano 7 tipi principali: a piastre, a stelle, a colonne, ad aghi, a dendriti spaziali, a colonne, a cappello e a forma irregolare.
La neve non dona all’uomo solo immagini poetiche, ma arreca anche disagi notevoli alla circolazione di gente e merci e da sempre è stato indispensabile provvedere a toglierla da strade e viottoli, per poterli praticare. Se ne ha notizia fin dal lontano 1750, quando il duca Francesco III, che volle la costruzione della via Vandelli, per collegare Modena a Massa Carrara, si trovò a dover affrontare il problema neve. Spalare la neve non era un vero e proprio mestiere, ma un modo di arrotondare i magri proventi durante i lunghi inverni. Molti uomini si offrivano, in cambio di poche lire, di rimuovere la neve dalle abitazioni dei più ricchi oppure, quando ancora non c’erano i moderni mezzi spartineve, erano assunti dai comuni per pulire strade, piazze e ferrovie. Lo strumento di lavoro era la pala. Nell’inverno del 1750,  per spalare la neve nel tratto San Pellegrino- Lama, furono impiegati 76 uomini, divisi in 8 squadre. Ricevevano £ 8 al mese più 40 bolognini per ogni giornata di lavoro, in quanto dovevano stare lontani da casa per il periodo da Dicembre a Maggio. In passato il suono delle campane  comunicava ai montanari un bollettino meteorologico.  Ogni paese aveva le proprie regole: un tocco significava “sereno e bel tempo”, due tocchi “cielo nuvoloso”, tre tocchi “ pioggia”, quattro tocchi significavano” neve”, cinque “ nebbia”.
La “spalata” della neve avveniva con mezzi rudimentali e con l’aiuto di buoi o animali da tiro.
“La puiana” in dialetto  indicava uno strumento costruito con due tavole di legno di pioppo, lunghe circa 6 m., larghe 50 cm, dello spessore di 10cm. Le assi, che si univano nella parte anteriore ad angolo, erano agganciate al giogo per mezzo di un apice, che fungeva da uncino. Un’altra ascia era messa trasversalmente, e serviva da sedile. Questo “antico spartineve” era trainato da una coppia di buoi o di cavalli e serviva per fare “la rotta”nelle strade di campagna.

Curiosità

- Un tempo, in certe zone, soprattutto al meridione, era in voga un mestiere particolare: il nevaiolo. D’inverno raccoglieva la neve nei boschi, l’ammassava e la pigiava con bastoni all’interno di fosse scavate nel terreno; infine ricopriva le buche con foglie di castagni, rami secchi e terra. Nelle cavità la neve si conservava fino all’arrivo dell’estate, quando era venduta in cambio di pochi centesimi per fare gelati, granatine o per rinfrescare le bevande, in particolare il vino.
- Anche il mestiere del ghiacciaiolo era collegato alla neve. Per tenere al fresco gli alimenti si usava la ghiacciaia, un mobiletto di legno le cui pareti interne erano rivestite da un’intercapedine di sughero e zinco. Sulla parte superiore si apriva a sportello e vi era il posto per mettere un blocco di ghiaccio che avrebbe mantenuto il fresco. Il ghiacciaiolo viaggiava con un carrettino su cui c’erano dei pani di ghiaccio, lunghi circa 80 centimetri e di circa 20 centimetri di lato. Ognuno ne acquistava la quantità che gli poteva servire.
 

(tratto da “Alla riscoperta degli antichi mestieri, scomparsi, rari o mutati nel tempo” di Franca Ascari Scanabissi, Liliana Benatti Spennato, Adelmo Iaccheri, editore in Pavullo 2010)