Il castello di Brandola   di Maria Pia Cavallini

Vivere la montagna non è solo avventurarsi nei folti boschi a scopo escursionistico o alla ricerca di gustosi funghi mangerecci  presenti sul nostro bellissimo Appennino modenese, o solo frequentare le molteplici festose sagre di paese che non perdono occasione, sia religiosa che profana, per offrire ai turisti ogni assaggio tipico gastronomico della zona, né  solo ammirare i deliziosi paesaggi dalla finestra di qualche confortevole albergo, sia esso elegante o rustico. Vivere la montagna è anche conoscere la storia dei luoghi, le leggende, il motivo per cui furono eretti tanti castelli, torri, dimore antichissime in pietra arenaria, magari oggi diroccate e che meriterebbero un’attenzione maggiore, un restauro. Notoriamente i fondi finanziari sono sempre scarsi, eppure non sono rari in Emilia casi, come il complesso delle sette chiese di Santo Stefano in Bologna, che si sta restaurando per lo più grazie al ricavato di concerti musicali ed altre iniziative commerciali o turistiche di piazza di grande richiamo e generosità da parte di chi, meritoriamente, può offrire un piccolo contributo alla salvaguardia delle testimonianze storiche ed artistiche che ancora ci restano. Così dovrebbe essere anche per salvare le ‘gemme’ storiche del nostro Appennino, già onorate da scrittori, poeti, pittori, fotografi, ma che, se lasciate al degrado non faranno più parlare di sé. In quei di Polinago in Val Rossenna, specie d’estate è sempre festa per tutti, organizzata dalla Pro Loco Locale  in collaborazione con il Comune e le istituzioni sportive, ma anche il Parroco si dà un gran da fare per allestire pesche benefiche, corride musicali, serate di intrattenimento a scopo benefico. Poco più in là, in vista di Polinago ed immersa nel fittissimo e vastissimo verde, sta la graziosa frazione di Brandola con il suo antichissimo maniero, il Castello di Brandola, appunto, dove d’estate fervono balli popolari e banchetti a base di polenta e funghi porcini, tigelle, crescentine e salumi ben annaffiati da vinelli che ispirerebbero anche il meno dotato dei poeti, proprio vicino alla  Pieve o chiesa locale eretta là dove esisteva la Rocca detta dei Vescovi, testimone di tutte le cerimonie felici o tristi dell’anno e della Festa della Castagna che, in autunno, dai banchetti allestiti nella strada principale, espande aromi e musiche popolari, offrendo ai bambini anche esperienze recitative tratte da fiabe e brevi escursioni equitative nei boschi. Proseguendo si sale al Castello eretto su uno sperone roccioso all’interno del Borgo, anch’esso immerso in fittissima boscaglia. Questo castello fu teatro di cruentissime lotte tra fazioni avverse quali i Grasolfi e gli Aigoni nei secoli XIII e XIV. Il 14 Dicembre del 1264 i Grasolfi che erano di parte ghibellina furono cacciati da Modena, città che rimase sotto gli Aigoni di parte guelfa. Grazie all’aiuto dei ‘da Gomola’, dove sorgeva un altro ardito maniero, i Grasolfi  riuscirono a rifugiarsi nel Castello di Brandola, dimora che fortificarono e divennero padroni assoluti dell’alta valle del torrente Rossenna. Nel 1265 tuttavia, gli Aigoni tentarono strenuamente di snidarli, ma ne furono ricacciati, per cui poi tornarono alla carica, aiutati da guelfi reggiani e bolognesi assediando  e dando alle fiamme il castello di Brandola e facendo al contempo crollare l’antica torre sul sottostante pendio. Ai Grasolfi superstiti non rimase che fuggire e cercare riparo nelle ville circostanti. Oltre che per il Castello, Brandola è famosa anche per una preziosa acqua minerale che sgorga a due passi dal borgo. I Romani che si recavano al santuario di Monte Apollo, ne avevano scoperto l’esistenza e le proprietà benefiche, nonostante avesse un sapore particolare, solforoso, tanto da avviare la costumanza del ‘curarsi’ con l’acqua di Brandola ed anche quella di risiedere, per il tempo di cura, presso ostelli ed alberghi di Lama Mocogno, oppure presso ospitali ‘Ville Rurali’ della vallata, Si narra che, nel 1448, questa acqua minerale risanò da epidemia una intera mandria di bestiame e che quel sapore dolciastro e ferroso fu gradito anche alla Casa D’Este ed ai nobili di Montecuccoli che pensarono anche ad imbottigliarla e venderla. Per raggiungere la fonte, oggi meno copiosa, occorre seguire un preciso percorso, a piedi, da Brandola  fino alla Cà Vecchia località Messer Polo  o più comodamente da Lama, ammirando poderosi castagni, querce, latifoglie ed immergendo i propri passi in una variegata vegetazione ricca di flora selvatica, erbe di specie rara frammiste a fusaggine, farfara, angelica ed acetosella. Anche il cielo, sopra la valle, non è avaro di sorprese quali rapaci, poiane, falchi, gufi, picchi, pipistrelli, gazze e perfino vi volteggia qualche aquila, mentre dabbasso intrecciano i loro fuggevoli percorsi scoiattoli, volpi, cinghiali, ricci, rospi, daini, cerbiatti, rettili, ramarri, vipere e bisce talora conosciute come ‘magnani’ nelle specie più scure e lunghe. Brandola, per il turista, rappresenta in ogni momento dell’anno una fantastica occasione da non perdere e soprattutto da ‘ricordare’.