Una casa fatta a mano -  Chi erano gli scalpellini                    di Maria Pia Cavallini

Tempo fa, ammirando un antico casale in pietra arenaria del nostro Frignano, un ragazzino mi chiese come mai certe pietre dell’edificio presentassero certe precise ‘righe’ supponendo da parte sua, che fossero state opera della pioggia o di qualche altro evento meteorologico.
Rimase stupito quando gli spiegai che quella ‘casa’ era stata fatta a mano, pietra su pietra squadrata faticosamente a mano e lavorata con lo scalpello nella sua forma finale e che, tra un sasso e l’altro, non esisteva cemento o altro materiale aggregante come si usa negli edifici moderni. Allora il ragazzo mi chiese come avessero fatto quegli antichi ‘muratori’ sasso per sasso, a produrre un’opera tanto grande ed abitabile. Non furono dei semplici muratori, gli spiegai, ma furono degli esperti artigiani chiamati ‘scalpellini’, rinomati nella zona, attrezzati nelle loro antiche botteghe artigiane con attrezzature ben precise e che lavoravano soprattutto per il sostentamento delle loro famiglie. In fondo anche umili e non tanto riconosciuti, erano dei veri artisti come oggi ne rimangono pochissimi ed ancor meno si annoverano coloro che si accingono ad apprendere tale arte e a tramandarla. E’ una storia quella degli scalpellini, lunga almeno 600 anni con opere presenti non solo in Italia , ma anche all’estero come per esempio in Germania o Francia dove in caso di eventi bellici gli scalpellini migravano.
Ne sono testimonianza la basilica di Santa Teresa a Lisieux in Francia, il Palazzo del Governo di Berlino, o altrove una statua dedicata alla Regina Elisabetta d’Inghilterra perché così si lavorava anche il marmo oltre che la pietra. In Italia è famoso, ad esempio, il tempio Ossario di Bassano e poi, raggiungendo il nostro dorsale appenninico è la pietra arenaria ad essere staccata dalle cave, squadrata, levigata o decorata a mano tramite scalpelli, ponciotti, martelli, bocciarde, punte, trapani, squadre, compassi, pendole per sollevare i massi, violini per forarli, insomma una serie di precise e numerose attrezzature che, se utilizzate da mani inesperte potevano causare inaspettatamente lo ‘spezzarsi’ delle pietre. Grande dunque la responsabilità di questi antichi artigiani che prima di accingersi ad ogni operazione dovevano ben osservare la pietra, considerandone la venatura e poi lavorarla secondo misurazioni dell’opera ben precise e proporzionate , contando su un uso della malta tra una pietra e l’altra molto scarso. Una costruzione a secco, ma solida perché i muri, specie perimetrali degli antichi edifici, non di rado misurano più di 80 centimetri di spessore. Apparentemente fragili, questi edifici hanno resistito ad eventi come terremoti ecc. proprio in virtù della loro ‘elasticità’ cui si abbinava l’inserimento di travi, pavimenti in legno ed inferriate che ‘nascevano assieme all’edificio’ A volte esso presenta robuste arcate ‘autoreggenti’ tra muro e muro, sorrette magari al centro da una elegante colonnetta in pietra arenaria, pietra dura come dura è la vita e che come tale va conosciuta e dominata. E non solo residenze e castelli sapevano costruire gli scalpellini, ma anche capitelli, oratori, stemmi, facciate decorate, loggiati e fontane come quella bellissima di piazza Ricci a Pievepelago a forma di obelisco eretta nel 1896, realizzata tutta a mano, colpo su colpo.
A causa di guerre, eventi naturali funesti e incurie varie, purtroppo molte delle numerose testimonianze architettoniche italiane, comprese quelle del nostro Frignano sono andate distrutte totalmente o in parte. Le poche che restano, dati i costi ingenti di recupero, rischiano fortemente di scomparire, talora per interventi maldestri e inconsapevoli di chi sottovaluta tali beni..
I restauri in effetti non solo facili e non vanno confusi con i rifacimenti che in parte modificano la ‘sostanza’ del bene nelle sue forme originali od elementi costitutivi tanto che ogni delicata operazione di questo tipo, va solitamente affidata ad esperti ‘molto qualificati’. Se, ad esempio, si vuole restaurare uno stipite di una porta e non si opera adeguatamente, può succedere di veder ‘franare’ gran parte del muro soprastante come se si trattasse di un castello di carte!
La legge italiana prevede precise disposizioni e responsabilità in merito ad opere di restauro, specialmente se destinate a beni ‘elencati’ tra quelli di ‘interesse artistico nazionale’ ben distinguendo, appunto, il restauro dal rifacimento o dalla ristrutturazione. Il primo deve riparare e conservare l’edificio nella sua forma, sostanza, volumetrie e materiali originali, mentre nel secondo e terzo caso sono previste modifiche sostanziali ed apporti di altri materiali e destinazioni d’uso. Tutto va valutato ed autorizzato, caso per caso dalle istituzioni ufficiali preposte ed affidato ad operatori coscienti e responsabili.
A volte, nell’intento di precisare le fondamenta, si scava e nel bel mezzo spunta una inarrestabile fonte d’acqua che, mai in passato, era stata notata, poiché assorbita magari per altre misteriose vie del sottofondo. Si noti che anche molti selciati furono ‘fatti a mano’ pietra dopo pietra e così vie ed aie fatte a mano con sassi recati a spalla da uomini , ma anche da donne, sia da cave vicine che da zone più lontane.
Tra gli eventi presenti alla riserva di Sassoguidano è stata offerta meritoriamente ai turisti, una esperienza di prova di arte scalpellina, sotto la guida di un provetto maestro e sicuramente chi prova sa cosa vuol dire lavorare a mano la pietra, capirà il valore di tale opera ed avrà certamente più rispetto per i nostri beni artistici. Distruggere beni di questo tipo per sostituirli con beni più moderni, oltre ad essere un oltraggio alla nostra arte e cultura nazionale è anche impresa ottusa e folle, in quanto prevede costi altissimi di demolizione e ricostruzione che non valgono la cosiddetta ‘candela’ Meglio acquistare un villino nuovissimo, a minor prezzo e posizione più servita da servizi. Non di rado questi monumenti sono ubicati in località antiche, isolate e scomodamente accessibili. (Se qualcuno volesse consultare ciò che prevede la legge in proposito di restauri e rifacimenti, può consultare ad esempio l’art 1 comma 6, legge 21 dicembre 2001 n. 443 ora art 3 lettera D del dpr 380 del 2001) Anche con modesti aumenti di volumetria, l’intervento si definisce non di restauro-conservativo, ma di ristrutturazione. Per ulteriori specifiche si rimanda agli esperti. Una pietra molto usata ad esempio nel veneto e bella a vedersi è ad esempio la trachite dalle venature grigie o grigio azzurre o marron azzurro, difficilmente sostituibile nel suo originale pregio, da qualsiasi altro materiale naturale o artificiale che, se utilizzato, non concorra, danni a parte, ad arrecare certo un imperdonabile scempio nell’ambito di un’opera non eseguita a ‘regola d’arte’ come merita.

foto del borgo di Casarola di Massimo Mazzieri