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Tante volte mi è capitato di incontrare persone non più
nel verde dei loro anni dichiarare qualcosa del tipo:
“Io sono troppo vecchio per imparare a usare
il computer. Sono strumenti per i
giovani, quelli lì…”
Conoscendo
Antonio Mazzieri, comprendo
una volta di più quanta parte
giochino le convinzioni personali nel
destino di ciascuno di noi. E quante
volte si sottovalutino le proprie possibilità.
Eccolo lì, infatti, Antonio Mazzieri:
un uomo ormai prossimo alle
sue 90 primavere, per di più gravemente
offeso alla vista durante la II
Guerra Mondiale, che da dieci anni ha
imparato a usare il computer e non
smette di imparare e di creare. Un
esempio, non solo per i giovani come
solitamente si dice, ma per tutti. Interessante
anche il filo conduttore di diverse
sue opere: al centro di tutto c’è
spesso la questione del sacrificio, del
lavoro duro, dello sforzo, soprattutto
da compiersi sui libri o comunque in
vista di un miglioramento della propria
condizione. Un filo conduttore
che fa dei suoi testi delle narrazioni di
“formazione”.
“Il terzo giorno”, il suo primo racconto
narrativo, racconta di quella
terribile esperienza vissuta in Albania
nel 1941…
«Sì. Al tempo ero sottotenente. Un
colpo di mortaio uccise i miei tre
commilitoni e mi ferì a entrambi gli
occhi e al braccio sinistro. Sono certo
di essere rimasto privo di sensi per
molto tempo. Quando mi sono ripreso,
distinguevo solo luci e ombre: ero
praticamente cieco. A un certo punto
fui ritrovato per caso, mentre vagavo
a tentoni in luoghi sconosciuti. Fui
caricato su un mulo, poi su un camion
quando avvenne un’latra esplosione e
fui abbandonato a terra. Gridai “Aiuto!”
per molte volte fin quando qualcun
altro mi ritrovò. Fui caricato su
un’ambulanza e portato in vari ospedali
militari (Bari, Brescia, Milano).
Grazie ad un’operazione, il chirurgo
oculista riuscì a ridarmi la vista a un
occhio.»
“Il campo del metato” è un romanzo
ambientato nel ‘700. Di cosa parla,
esattamente?
«E’ la storia di un trovatello del nostro
Appennino che fa il pastore, diventa
agricoltore, poi decide di impegnarsi
più a fondo: impara a leggere
e scrivere e, attraverso molti sacrifici,
riesce a farsi strada nella vita.»
L’ultima sua fatica è “Il forestiero”,
ancora ambientato in un paese delle
nostre montagne. Il protagonista,
però, viene dal Milanese…
«Esatto. Si chiama Giacomo Artieri
ed è un uomo che si è pentito di aver
dedicato tutta la vita al lavoro e all’accumulazione
di denaro a discapito
della famiglia. Quando gli capita
una disgrazia terribile, capisce che ci
sono valori superiori e per questo decide
di partire, destinazione: il nostro
Appennino. Una volta da noi, anche
se arriva vestito da straccione, comincia
a donare soldi, a promuovere il turismo,
a cercare di trattenere gli abitanti
nelle terre natie. Poi c’è un finale
a sorpresa di cui non voglio dire.»
Che cosa significa “scrivere” per
Antonio Mazzieri?
«Scrivere per me equivale a vivere. E
alla mia età non posso fare altro.»
È stupendo vederla scrivere al computer…
«Il computer è uno strumento eccezionale, ma voglio
dire ai giovani che se non ci mettono dentro qualcosa di
loro, da solo non fa nulla.»
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Antonio Mazzieri nasce a Lama
Mocogno nel 1919 e frequenta le
magistrali a Modena dal ‘34 al ‘39.
Partecipa alla guerra in Albania dove
nel ‘41 vive un’odissea di 3 giorni
in seguito a un colpo di mortaio
che lo ferisce agli occhi e al braccio
sinistro. Questa esperienza segnerà
per sempre la sua vita.
Dal dopoguerra è maestro alla
scuola elementare del paese natio
e nel 1949 sposa una collega, Maria
Domenica di Pievepelago. Il suo
curriculum letterario comprende la
raccolta di poesie dialettali “Aqua
de mé Cantér”, i saggi storici sulle
località di Vaglio, Lama Mocogno,
Monzone, Piane di Mocogno, e i romanzi
“Il terzo giorno”, “Il campo
del metato”,“Quel quadrato di terra”
e “Il forestiero”. I suoi testi si
trovano nelle edicole di Lama e Pievepelago,
nelle librerie di Pavullo e presso la
tipografia Benedetti di Pavullo.
Con la poesia “Medra du volt” ha
vinto il primo premio al concorso
poetico “La maternità”. Altri premi
gli sono stati riconosciuti per le
poesie dialettali.
Incipit de “Il forestiero”:
«Il nome “Borgovirido” indicato
dal cartello stradale piacque
al forestiero. E gli piacque il paesucolo
che incontrò sulla via secondaria,…
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