La poetica di Antonio Mazzieri                   intervista e foto di Daniele Biondi

Incontro con l’indomito scrittore di Lama Mocogno, che il prossimo anno festeggerà le sue 90 primavere

Tante volte mi è capitato di incontrare persone non più nel verde dei loro anni dichiarare qualcosa del tipo: “Io sono troppo vecchio per imparare a usare il computer. Sono strumenti per i giovani, quelli lì…” Conoscendo Antonio Mazzieri, comprendo una volta di più quanta parte giochino le convinzioni personali nel destino di ciascuno di noi. E quante volte si sottovalutino le proprie possibilità. Eccolo lì, infatti, Antonio Mazzieri: un uomo ormai prossimo alle sue 90 primavere, per di più gravemente offeso alla vista durante la II Guerra Mondiale, che da dieci anni ha imparato a usare il computer e non smette di imparare e di creare. Un esempio, non solo per i giovani come solitamente si dice, ma per tutti. Interessante anche il filo conduttore di diverse sue opere: al centro di tutto c’è spesso la questione del sacrificio, del lavoro duro, dello sforzo, soprattutto da compiersi sui libri o comunque in vista di un miglioramento della propria condizione. Un filo conduttore che fa dei suoi testi delle narrazioni di “formazione”.
 “Il terzo giorno”, il suo primo racconto narrativo, racconta di quella terribile esperienza vissuta in Albania nel 1941…
«Sì. Al tempo ero sottotenente. Un colpo di mortaio uccise i miei tre commilitoni e mi ferì a entrambi gli occhi e al braccio sinistro. Sono certo di essere rimasto privo di sensi per molto tempo. Quando mi sono ripreso, distinguevo solo luci e ombre: ero praticamente cieco. A un certo punto fui ritrovato per caso, mentre vagavo a tentoni in luoghi sconosciuti. Fui caricato su un mulo, poi su un camion quando avvenne un’latra esplosione e fui abbandonato a terra. Gridai “Aiuto!” per molte volte fin quando qualcun altro mi ritrovò. Fui caricato su un’ambulanza e portato in vari ospedali militari (Bari, Brescia, Milano). Grazie ad un’operazione, il chirurgo oculista riuscì a ridarmi la vista a un occhio.»
“Il campo del metato” è un romanzo ambientato nel ‘700. Di cosa parla, esattamente?
«E’ la storia di un trovatello del nostro Appennino che fa il pastore, diventa agricoltore, poi decide di impegnarsi più a fondo: impara a leggere e scrivere e, attraverso molti sacrifici, riesce a farsi strada nella vita.»
L’ultima sua fatica è “Il forestiero”, ancora ambientato in un paese delle nostre montagne. Il protagonista, però, viene dal Milanese…
«Esatto. Si chiama Giacomo Artieri ed è un uomo che si è pentito di aver dedicato tutta la vita al lavoro e all’accumulazione di denaro a discapito della famiglia. Quando gli capita una disgrazia terribile, capisce che ci sono valori superiori e per questo decide di partire, destinazione: il nostro Appennino. Una volta da noi, anche se arriva vestito da straccione, comincia a donare soldi, a promuovere il turismo, a cercare di trattenere gli abitanti nelle terre natie. Poi c’è un finale a sorpresa di cui non voglio dire.»
Che cosa significa “scrivere” per Antonio Mazzieri?
«Scrivere per me equivale a vivere. E alla mia età non posso fare altro.»
È stupendo vederla scrivere al computer…
«Il computer è uno strumento eccezionale, ma voglio dire ai giovani che se non ci mettono dentro qualcosa di loro, da solo non fa nulla.»


note biografiche

Antonio Mazzieri nasce a Lama Mocogno nel 1919 e frequenta le magistrali a Modena dal ‘34 al ‘39. Partecipa alla guerra in Albania dove nel ‘41 vive un’odissea di 3 giorni in seguito a un colpo di mortaio che lo ferisce agli occhi e al braccio sinistro. Questa esperienza segnerà per sempre la sua vita.
Dal dopoguerra è maestro alla scuola elementare del paese natio e nel 1949 sposa una collega, Maria Domenica di Pievepelago. Il suo curriculum letterario comprende la raccolta di poesie dialettali “Aqua de mé Cantér”, i saggi storici sulle località di Vaglio, Lama Mocogno, Monzone, Piane di Mocogno, e i romanzi “Il terzo giorno”, “Il campo del metato”,“Quel quadrato di terra” e “Il forestiero”. I suoi testi si trovano nelle edicole di Lama e Pievepelago, nelle librerie di Pavullo e presso la tipografia Benedetti di Pavullo.
Con la poesia “Medra du volt” ha vinto il primo premio al concorso poetico “La maternità”. Altri premi gli sono stati riconosciuti per le poesie dialettali.
Incipit de “Il forestiero”: «Il nome “Borgovirido” indicato dal cartello stradale piacque al forestiero. E gli piacque il paesucolo che incontrò sulla via secondaria,…


sito web di Daniele Biondi www.danielebondi.it