Il rospo   di Massimo Mazzieri

Il raggio del sole, appena sorto, continuava inesorabilmente a strisciare verso una zona d'ombra, racchiusa tra due sassi, dove giaceva immobile un rospo. Era bloccato lì dalla sera precedente, in quel provvisorio e precario rifugio, in uno stato quasi letargico, cui lo aveva costretto il freddo pungente della notte.
Il rospo sembrò percepire quel tenue sentore di calore, perché sollevò lentamente le palpebre, per riabbassarle quasi immediatamente. Le pupille ferite dall'intensa luminosità o forse non ancora in grado di sprecare alcuna energia, neppure quella minima richiesta per guardarsi intorno.
Il calore del sole, che via via aumentava, pigramente riportava vita in quel gelido rugoso corpo.
Il rospo nulla faceva per accelerare questo processo, non poteva permettersi d'avere fretta, rischiando così di commettere altri sbagli. Sbagli che in quel momento potevano pregiudicare la sua stessa esistenza.
Quella forzata immobilità, tuttavia gli permetteva di considerare gli errori che lì lo avevano portato e che, memore dell'esperienza, si riprometteva di non commettere nuovamente.
Probabilmente l'insensibilità derivante dal freddo, lo portava ad estraniarsi dal suo corpo ed a trattarsi in terza persona, cosa che si poteva permetteva solo in rare occasioni. O forse l'essere stato edotto dalla recente esperienza lo spingeva ed essere immaginario docente di se stesso discepolo.
"Quanto sei stato stupido", si andava ripetendo, "perché non te ne sei stato a dormire tranquillo nella tua tana?"
Già...perchè? Perché si era svegliato prima del previsto dal letargo invernale? Che fretta c'era di uscire?
La voglia di caldo, di uscire da quella che era stata una tana sicura, ma pur sempre una buia e fredda tomba dove giaceva da tempo pressoché cadavere. Il fastidio del corpo che si disseccava bruciando tutto il grasso accumulato con le grandi scorpacciate nei mesi estivi.
"Dovevi rientrartene subito, invece di metterti a girellare." si disse ancora quasi con rabbia.
"Perché te ne sei uscito?" continuò incalzante ed esigendo una risposta.
Il rospo cominciò infine a rispondersi.
"Perché' avevo voglia di muovermi, di sentire il mio corpo, di percepire gli odori, i suoni. Poi avevo fame...tanta fame. Bramavo dalla voglia di masticare qualcosa, di sentire il mio stomaco pieno..."
"Ma non ti eri reso conto che era ancora presto...troppo presto. Che nulla ancora si muoveva, solo tu..."
Se ne era reso conto immediatamente, ma quell'insolito caldo, che presupponeva la primavera, gli aveva fatto sperare che qualche altro essere, come lui, potesse essere stato indotto in inganno.
Una mosca ancora intorpidita, un lombrico, un grillo....
"E così hai cominciato ad andartene in giro" urlò veramente arrabbiato con se stesso.
Sì, aveva cominciato a girovagare per la campagna ancora spoglia, allettato dalla brama di qualche facile preda, molto attento in ogni caso a non uscire dalla sua area di caccia, territorio sicuro e conosciuto.
Gli era subito sembrata ideale. Era abbastanza vicina ad un gruppo di case, che gli garantivano l'assenza animali selvatici suoi predatori. L'unico pericolo era costituito dalla strada che la delimitava verso l'alto, ma da tempo aveva imparato a non averne paura. Semplicemente si limitava a non metterci mai piede.
Riaprì per un momento gli occhi. Il sole era ora abbastanza alto sull'orizzonte ed il calore cominciava ad essere nettamente percepibile.
"Tra poco dovrei essere in grado di muovermi e tornare alla mia tana." constatò con soddisfazione.
Non avrebbe certo commesso l'errore fatto la sera precedente. Preso com'era dalla smania di preda, aveva continuato a vagare all'intorno e la sera gli era piombata addosso senza alcun preavviso. Solo ora si rendeva conto di quante cose non aveva valutato. La giornata più corta di quello che si aspettava, il tramonto più breve, i suoi muscoli non ancora allenati che gli avevano impedito di raggiungere la tana per tempo. Ma il peggio era stato il freddo. Un freddo come non aveva mai sentito prima, cresceva troppo rapidamente per poterlo sopraffare, gli penetrava il corpo rendendolo sempre più lento, torpido. Una vera fortuna avere trovato quel poco d'incavo tra i due sassi ancora tiepidi. Era riuscito a sistemarsi appiattendosi appena in tempo, prima di essere immobilizzato completamente.
"Devo solo avere un po' di pazienza, il peggio è passato" e l'unica cosa che ormai gli premeva era di raggiungere la sua tana nel più breve tempo possibile.

***
L'uomo stava guidando la sua auto con rabbia, incattivito dalla fretta cui era costretto. Un banalissimo incidente, una stupida pila, che proprio quella notte aveva deciso di terminare la sua vita e la sveglia aveva accuratamente evitato di svegliarlo.
Fosse successo una qualunque altra mattina, non sarebbe stato così determinante, ma proprio quella mattina...
"Merda..." imprecò tra se e se, dando poi una rapida occhiata alla sveglia sul cruscotto dell'auto.
"Se non trovo intoppi, dovrei riuscire ad arrivare in tempo lo stesso" si disse poi, rincuorandosi un poco.
Continuava comunque ad essere oltremodo infastidito dall'essere costretto ad alterare l'abituale modo di affrontare l'inizio d'ogni giornata. Gli piaceva partire con calma alla mattina, senza dovere rincorrere il tempo, gli impegni.
"Non potrò neppure fermarmi a prendere un caffè" e questo pensiero lo irritò maggiormente e si maledì nuovamente per avere preso quell'importante impegno proprio di mattina.
"Che stupido sono stato!" e proprio mentre arrivava a questa definitiva conclusione la sua attenzione fu attirata da un fastidioso rotolio metallico proveniente dal vano portaoggetti.
Era un chiodo, di quelli da tappezzieri, bruni, col gambo quadrato e la testa larga ed appiattita, lungo poco più di un centimetro. Lo prese tra le dita e lo guardò per un momento.
"E com'è arrivato qua?" poi senza darsi la pensa di inseguire una qualunque soluzione aprì il finestrino e lo fece volare fuori, richiudendo subito dopo.
L'unico danno che gliene derivò fu la soffiata d'aria gelida sul collo....al momento.

***
Il chiodo, raggiunto l'apice della parabola, cominciò irrimediabilmente a cadere verso il basso. Se la forza con cui era stato lanciato fosse stata appena superiore, sarebbe riuscito a superare la vecchia siepe di bosso, perdendosi anonimo, nell'erba rinsecchita del prato. Sfortuna volle che colpisse una foglia che ne deviò il percorso verso il centro della siepe, riducendone nello stesso tempo la forza d'impatto. Cadendo così da una foglia all'altra, scivolò quasi con leggerezza al centro di una ragnatela che ruppe in parte senza però riuscire a trapassarla totalmente. Catturato da alcuni invisibili fili, rimase a dondolare come un impiccato.

***
Il fruscio fu sufficiente a risvegliare l'attenzione del rospo. Aprì le palpebre e cercò di dare un significato al rumore, più precisamente a determinare la causa che lo aveva prodotto. Nel suo mondo un rumore anche minimo, non avvertito o sottovalutato poteva essere veramente una questione di vita o di morte.
Non riuscì nel suo intento. Il fruscio era stato di breve durata e troppo poco definito. Il suo sguardo fu invece attirato da quel corpo bruno che volteggiava a poca distanza dal suo muso. Il sole, accecante, lo rendeva poco più di un'ombra indefinita, ed un filo di vento gli consentiva quel minimo di movimento, quasi parvenza di vita. Fu proprio questo a trarlo in inganno.
Se lo avesse visto fermo immobile se ne sarebbe immediatamente disinteressato, ma il movimento lo qualificava come essere vivente e, con ogni probabilità, commestibile.
Dopo un attimo di esitazione, fece quello che per istinto era costretto a fare, mentre il suo stomaco vuoto già si contraeva all'idea del cibo. Così lanciò la lingua vischiosa fino all'ombra e, catturatala, la riportò velocemente alla bocca.
Percepì immediatamente, dal sapore ferroso e dalla consistenza, che non si trattava di alcunché di commestibile, pertanto tentò subito di sputarlo. Qui il caso volle che la punta del chiodo si fermasse un secondo di più nel la mucosa molle del suo palato e si conficcasse appena. Eppure questo fu sufficiente perché non fosse più in grado di espellerlo. Istintivamente deglutì e questo non fece altro che forzare ulteriormente la presa, rendendola ora definitiva.
(fine prima parte clicca per continuare..)