Per chi vuole ricordare

CAFFE’ LETTERARIO 

 di Mapi

Proiettati nel futuro alla velocità della tecnologia, tante volte genitori e nonni vanno da figli e nipoti per farsi spiegare come funzioni il cellulare, internet, la fotografia digitale, la wij o qualche altro strumento nuovissimo che si trovano per casa e che osservano con perplessità e diffidenza. E si sentono inadeguati, non capiscono, sperano nella pazienza dei giovani maestri che spesso sbuffano “ ma insomma, è così semplice!”. Si sentono ignoranti di fronte a un linguaggio che non è il loro, fatto di sigle e acronimi derivati dall’inglese, che parla di possibilità e funzioni tecnologiche per loro quasi inimmaginabili. Si sentono mortificati e avvertono il desiderio, il bisogno di tornare alla loro lingua, che parla di cose semplici, di natura, di emozioni. Per tutti loro – e per i giovani e giovanissimi che  volessero fare un passo indietro e imparare ciò che la tecnologia non insegna – propongo una sosta nei boschi delle nostre montagne e una incursione nel mondo del dialetto.

Il maestro Antonio Mazzieri è maestro non solo in virtù della sua antica professione di insegnante elementare, quanto piuttosto nel significato più alto di maestro di vita, di dialetto e di poesia. Ho in mano una sua operetta del 1974, una raccolta di liriche dal titolo “àqua de mè cantèr”, fonte preziosa di testi tra i quali uno oggi mi ha emozionato in maniera particolare. E’ un sonetto, metro fondamentale della grande poesia italiana, costituito da due quartine e due terzine rigorosamente in rima secondo lo schema ABAB, ABAB, CDE, EDC.

Mi ha ricordato mio padre, la sua passione e le tante volte in cui, bambina, mi ha portato con sé; mi ha ricordato come gli brillassero gli occhi, e come non sentisse la fatica nel percorrere i boschi familiari, sebbene fosse decisamente robusto e con una protesi al posto di una gamba.
 

A i fonz Ai funghi

Andèr a i fonz, par chi gh’à sta pasiun,
l’è, a v’asicur, ‘na cosa pròpia bèla,
ch’ e n’as prova pio grèn sudisfaziun
‘d quènd un cuzlòt e mostra la capèla.

A n’av so po’ descréver l’emuziun,
che un brivid l’av fa angnèr so par la pèla
se mai, a l’impruvis, sòta a un maciun
és dascrov una bèla zupadèla. (1)

Dal volt e n’ scàta gnént, ma égh vol pazienza:
‘d l’aria e s’in ciàpa semp’r; és fa de mòt
par fèr calèr la pènza ; e un quèich funzai, (2)

cun un bèl cavàgn pièn, én mènca mai
da pségh cumprèr un chilo o du ‘d cuzlòt
p’r an fèr la figuràza ad turnèr sénza.
 

Andare a funghi, per chi ha questa passione,
è, v’assicuro, una cosa proprio bella,
che non si prova maggior soddisfazione
di quando un porcino mostra il cappello.

Non vi so poi descriver l’emozione,
che un brivido fa venire su per la pelle
se mai, all’improvviso, sotto a un cespuglio,
si scopre una bella “zupadèla”

A volte non si trova nulla, ma ci vuol pazienza:
dell’aria se ne prende sempre, si fa del moto
per far calar la pancia; e un qualche “funzai”

con un bel cesto pieno, non manca mai
dal quale comperare un chilo o due di porcini
per non fare la figuraccia di tornare senza.
 

(1) Porcino molto grosso con un largo cappello.
(2) Fungaio - Chi va a funghi per venderli, più che per diletto.

Mapi

Tratto dalla rubrica Parole della nostra terra dalle "Le Stagioni di Francesco e Chiara" -  Periodico di informazione dell’Associazione “Camminando per mano” e del Centro Servizi per la Terza Età “Francesco e Chiara”